Tomb Raider – Recensione

Il ritorno al cinema di Lara Croft

Tomb Raider – Recensione

Dopo il debutto di Angelina Jolie nei panni di Lara Croft ormai diciassette anni fa, al quale è seguito un secondo film nel 2003, il passaggio di consegne alla talentuosa Alicia Vikander non è stato accolto molto bene dal pubblico: in molti faticavano ad associare l’attrice svedese a quell’archeologa affermata che abbiamo conosciuto per anni, di cui appunto la Jolie si è fatta perfetta icona, ma il punto è proprio questo. Lara Croft, nelle intenzioni del film di Roar Uthaug, è un personaggio molto più complesso, come del resto lo è la sua controparte videoludica: con Tomb Raider, nel 2013, Crystal Dynamics e Square Enix hanno messo in atto un reboot della serie per focalizzarsi sullo sviluppo e l’approfondimento del personaggio di Lara – una vera e propria genesi che mette in scena una ragazza imperfetta, immatura a volte, intraprendente ma soprattutto inesperta che deve capire il suo posto nel mondo, riscattare il padre denigrato a causa delle sue ricerche e diventare la donna che conosciamo. Un percorso difficile, che il film cerca di riproporre senza però emergere.

Tomb Raider si dimostra fedele al reboot videoludico cui si ispira, senza però esserne una copia in tutto e per tutto. Ci sono citazioni sparse, non avremmo potuto aspettarci altrimenti, e i più appassionati riconosceranno non solo oggetti ma persino sequenze tratte dalle avventure digitali di Lara. A proposito, come abbiamo detto l’interpretazione di Alicia Vikander mette in scena un personaggio più umano e fragile di quanto non fosse l’avvenente Miss Croft interpretata da Angelina Jolie: non si tratta di fare un confronto perché sono due figure totalmente diverse, bensì sottolineare come la Vikander sia riuscita a riportare su schermo ciò che abbiamo provato come videogiocatori. Una Lara Croft fragile, giovane, capace di sbagli che non ci si aspetterebbe dalla donna affermata che abbiamo amato ma sono invece perfetti per questa sua versione “acerba” – molto più umana. Allora dove il film non riesce davvero a convincere, lasciando l’idea che si sarebbe potuto fare di più?

Tomb Raider ha una sceneggiatura piuttosto debole, che ruota forse troppo attorno al personaggio di Lara relegando gli altri a poco più che figure di contorno – in particolare Lu Ren che agisce come spalla della protagonista senza che gli sia possibile emergere oltre questo ruolo semplicistico. Lo stesso Mathias Vogel tuttavia, un antagonista interessante se si considera il motivo che lo spinge ad agire, non convince fino in fondo nonostante l’ottima performance di Walton Goggins proprio perché questi stessi motivi non sono approfonditi e, di conseguenza, non rendono le sue azioni sufficientemente credibili. Risulta molto ben costruita quella sottile, e mai davvero esplicita, connessione fra lui e Lara: per quanto a un primo sguardo, o forse sul piano superficiale, possa sembrare di trovarsi di fronte alla consueta dicotomia buono/cattivo, a uno sguardo più attento non sfugge come i due siano invece legati da un doppio filo. La disperazione, anzitutto.

Sia Lara sia Mathias sono guidati da un sentimento viscerale che, pur prendendo strade diverse, li porta ad avvicinarsi almeno negli intenti: entrambi sono disposti a tutto per raggiungere il loro obiettivo. Il secondo nodo è il peso che il fantasma di Richard Croft lascia cadere su di loro: per Lara il padre è la ragione della sua disperazione, mentre per Mathias ne è la causa. Si forma dunque fra questi tre personaggi un triangolo di interconnesioni che avrebbe meritato un approfondimento maggiore ed è stato, invece, penalizzato dalla scelta di dialoghi spesso privi di mordente e da situazioni accennate senza poi essere concluse o approfondite.

Tomb Raider omaggia il videogioco ma lascia la sensazione che si sarebbe potuto fare di più

Tomb Raider si lascia vedere dall’inizio alla fine senza annoiare, eppure rimane la sensazione che si sarebbe potuto fare di più. Il consiglio per gli appassionati è comunque di non farvelo scappare al cinema, perché il vostro animo videoludico ne trarrà sicuro giovamento e la bravura degli attori è conclamata. Ha i suoi pregi e i suoi difetti, come ogni produzione, e nel caso specifico Tomb Raider pecca nella scrittura e nell’aver forzato troppo la mano sulla resa di Lara Croft come donna forte, bruciando troppo in fretta le tappe del suo viaggio dell’eroe (eroina) e circondandola di personaggi che non concorrono al suo cambiamento, alla sua ascesa. O, se lo fanno, accade in modo troppo frettoloso: l’intraprendenza e la testardaggine di una giovane Lara emergono ma non giustificano fino in fondo il suo cambiamento repentino, nemmeno se dovessimo citare la scena in cui uccide per la prima volta – un momento che Alicia Vikander fa apparire incredibilmente umano.


Cresciuta negli anni ’90 con un Game Boy e un Nintendo 64, è poi diventata ancora bambina un’adepta Sony a tempo pieno, ma appena può si dedica anche ad altre console. Da Metal Gear ha imparato l’approccio stealth, che applica anche alla vita reale riducendo al minimo la sua socialità; quando non è impegnata a nascondersi in una scatola di cartone e pretendere di passare inosservata, però, chiacchiera volentieri di qualsiasi cosa. Videogiochi in testa, ovviamente. E quando non parla, scrive o gioca, legge principalmente romanzi gialli.

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