WWE 2K17
20 Ott 2016

WWE 2K17 – Recensione

È buffo pensare che, soltanto quattro anni fa, abbiamo quasi rischiato di perderci per strada il franchise “da salotto” di WWE. Incredibile, se pensiamo a quante persone ogni giorno si esaltano di fronte ad acrobazie, mosse speciali, faide e spacconate di enormi atleti sotto steroidi in costumini imbarazzanti – o, allo stesso modo, di fronte a quelli striminziti delle Divas. Eppure la storia di WWE, THQ e Yuke’s oramai la conosciamo tutti: un fallimento a sorpresa, un brand appeso ad un filo sopra un baratro, l’arrivo di 2K a salvare il salvabile e a ridare seconda vita ad una serie vistosamente zoppicante. WWE 2K17, aveste perso il conto, è la quarta declinazione del franchise sviluppata da Yuke’s sotto la possente egida di 2K Games: un’egida che, nel corso di questi anni, ha mostrato di che pasta è fatta, andando a disegnare un cammino di evoluzione ben definito per le avventure di questi eroi del ring volto ad eliminare quella patina da arcade “finto e caciarone”. Il tutto a favore della simulazione, di quel gameplay divertente ma realistico capace di replicare appieno il comportamento delle superstar in carne ed ossa.

Nessuno ha mai detto fosse un cammino facile: e non è infatti un caso se i primi passi sul ring di 2K Games non siano stati propriamente un successo memorabile. Questo sino allo scorso anno, quando un deciso twist al gameplay e un ringiovanimento del comparto tecnologico, animazioni in primis, diedero un’avvisaglia di dove WWE 2K potesse davvero andare a parare. WWE 2K17 parte dunque avvantaggiato, fregiandosi di fondamenta affidabili ed interessanti ma, allo stesso tempo, è costretto a tirare fuori i muscoli al fine di convincere una platea sempre più esigente, in paziente attesa già da troppo tempo di qualcosa di memorabile. Peccato che l’attesa, ancora una volta, sia stata ripagata solo in parte: in buona parte, ad onor del vero, considerando il lavoro di caratterizzazione svolto dallo sviluppatore negli ultimi 12 mesi. Ma chiunque auspicasse un ritorno in grandissimo stile, qualcosa dell’ordine di Here Comes the Pain ai tempi di PS2, purtroppo dovrà ridimensionare le proprie aspettative: il cammino di miglioramento procede, ma la strada da fare è ancora lunga

wwe 2k17

Partiamo subito dal problema principale di WWE 2K17: l’assenza della modalità Showcase. Perdonate la franchezza, ma rimuovere la modalità più giocata ed apprezzata della passata edizione è un po’ come darsi una mastodontica zappata sui piedi mascherando le urla dietro al classico sorriso di circostanza. Questo, soprattutto, se andiamo a pensare alle vette esagerate di intrattenimento che avrebbe potuto raggiungere una campagna dedicata a due stelle del firmamento del Wrestling del calibro di Goldberg e Brock Lesnar – visti e considerati gli ottimi risultati ottenuti dalla medesima modalità dedicata a Stone Cold Steve Austin lo scorso anno. Verrebbe da pensare che il ritorno di Goldberg (quello vero) in WWE e la riapertura di vecchie cicatrici con Lesnar, che culmineranno in un rumoreggiato match Hell in a Cell in quel di Survivor Series, abbiano messo in difficoltà il team di sviluppo, costretto a sospendere la “sceneggiatura” e a correre ai ripari alla ricerca di una soluzione ugualmente interessante. Una soluzione che verrà resa disponibile come DLC e che risponde al nome di The Hall Of Fame Showcase: una modalità simile allo Showcase tradizionale che, invece di essere focalizzata sulle tappe di una sola carriera, permetterà ai giocatori di rivivere incontri leggendari come quello tra Ric Flair e Sting a Clash of Champions ’88 o Big Boss Man contro The Big Show ad Armageddon 1999, a fianco di un match “immaginato” (il cosiddetto Dream Match) tra The GodFather e il proprio alter ego Papa Shango. Una soluzione sicuramente interessante e dall’indiscutibile fascino, ma difficilmente sarà in grado di colmare l’enorme vuoto lasciato da WWE Showcase.

L’assenza dello Showcase, d’altro canto, ha permesso allo sviluppatore di concentrarsi maggiormente sulle restanti modalità principali del gioco, MyCareer e WWE Universe, aggiustando il tiro laddove necessario e correggendo i difetti più fastidiosi che le affliggevano. Questo non significa che la tradizionale modalità Esibizione sia stata ignorata dai ragazzi di Yuke’s: è significativa a tal proposito la re-introduzione delle risse nei backstage, richieste a gran voce dai fedelissimi di WWE 2K già dallo scorso anno, oltre ad un evidente revamp tecnologico – in termini di presentazioni e somiglianza alla realtà – per tutte quelle tipologie di sfida più spettacolari, quali Hell in a Cell, Ladder Match, Elimination Chamber o Royal Rumble, presenti anche quest’anno al proprio posto.

Il cammino di miglioramento procede, ma la strada da fare è ancora lunga

Restando in tema contenuti, dunque, alle già citate WWE Universe e MyCareer si affianca l’intramontabile componente online, che approfondiremo a breve, e un Editor sempre più ricco e dettagliato – che, complice una sensibile riduzione dei tempi di caricamento (altro punto dolente di WWE 2K16), permette di creare atleti, arene, tornei e cinture personalizzate con una dimestichezza inedita nella serie. Per quanto riguarda WWE Universe, la celebre modalità manageriale che ci mette nei panni di un General Manager alle prese con l’organizzazione di incontri per la cintura, palinsesti per la PPV, faide sanguinolente da cui trarre milioni di dollari e qualsiasi altra cosa graviti attorno alle scrivanie dei piani alti della WWE, il solco tracciato quest’anno dallo sviluppatore non si discosta molto da quanto visto dodici mesi or sono, al netto di un bilanciamento comunque evidente tra i match previsti (che potranno essere simulati o giocati in prima persona) e dell’introduzione di qualche novità interessante, come le reazioni inaspettate degli atleti che, incapaci di digerire la sconfitta, si cimentano in inattesi run-in a fine spettacolo – un’evenienza che spesso cambia le carte in tavola in modo drammatico, con infortuni inaspettati degli atleti di punta e conseguente super-lavoro del giocatore, per mandare avanti dignitosamente l’intera baracca.

Nulla da dire sulla modalità La Mia Carriera, che anche quest’anno segue le avventure del nostro alter ego (dopo esserci sbizzarriti a dovere nel ricco editor del personaggio) dai suoi incerti passi presso il Performance Center di Orlando sotto l’occhio benevolo di Coach Albert, sino alla consacrazione iniziale nella NXT e nelle leghe maggiori. La struttura di crescita del PG rimane invariata, col ricorso ad appositi punti da investire nell’acquisto di perk, abilità e mosse speciali necessari a “sopravvivere” agli scontri più delicati, quando nell’aria c’è odore di cintura. Un’importanza sicuramente maggiore viene riservata alla componente “narrativa” de La Mia Carriera, laddove sarà possibile stringere alleanze strategiche con lottatori più forti, inimicarsene altri, alternare il proprio status da face (ossia lottatore buono) a heel (cattivo) a seconda delle occasioni, sino ad entrare nelle grazie di quel faccino pulito di Paul Heyman.

A tal proposito è interessante l’introduzione delle Promo, quegli interventi coloriti ai microfoni con cui le superstar del Wrestling si divertono da tempo immemore. Gettare benzina sul fuoco di una rivalità ben avviata, accenderne una di nuova, accaparrarsi le grazie del pubblico con un’uscita arrogante ma astuta sono soltanto alcune delle possibilità offerte da queste Promo: non dovremo far altro che scegliere la risposta più adatta tra quelle proposte, cercando di intuire quella più in linea col ruolo attuale della nostra star all’interno della giostra della WWE. Sulla carta, non c’è dubbio, si tratta di una novità estremamente interessante, capace di regalare un pizzico ulteriore di profondità alle meccaniche rodate della MyCareer: peccato che l’assenza di un doppiaggio in lingua originale per questi passaggi, relegati ad una mera rappresentazione testuale, ne riduca sensibilmente il loro effetto, rendendoli di fatto meno memorabili di quanto meritino.

[metaslider id=148412]

Il vero problema di WWE 2K17, tuttavia, è da ricercarsi proprio nel gameplay. Passi per un attimo l’eliminazione dello Showcase e l’assenza di novità rilevanti all’interno delle principali modalità di gioco, ma ci saremmo aspettati un’attenzione maggiore del team di sviluppo in termini di giocabilità, unico vero Tallone d’Achille della passata edizione del titolo. WWE 2K17 rifinisce, lavora col cesello, ritocca qua e là senza tuttavia riuscire a stupire, ad innovare, a scrollarsi di dosso quella patina di già visto che da troppo tempo affligge la produzione Yuke’s. Le differenze in termini di gameplay rispetto alla passata stagione sono marginali: un leggero ridimensionamento del meccanismo dei QTE, che rivestono comunque un’importanza critica nel corso dell’incontro, l’introduzione di un nuovo sistema differenziato di taunt (alcune delle quali aventi effetto sulla forza e sulla stamina dell’atleta), l’eliminazione dei clinch di inizio gara in favore di un approccio al match meno vincolato e più dipendente dalle scelte del giocatore. Novità che sì, hanno indubbiamente un certo peso nell’economia dell’incontro – e che difficilmente non saranno apprezzate da un affezionato di vecchia data del titolo THQ prima e 2K poi. Il problema rimane tuttavia nella lentezza degli incontri, che pur garantendo una fluidità encomiabile in termini di animazioni sembrano lontani anni luce dall’esplosività e dall’estemporaneità che caratterizza le sfide televisive: un problema che difficilmente potrà essere risolto da publisher e sviluppatore se non abbandonando questa strada troppo conservativa e, magari, optando per una giocabilità dai tratti più simili all’arcade, filtrata comunque attraverso una lente simulativa.

WWE 2K17 è un buon gioco di Wrestling

Chiudiamo con l’immancabile parentesi tecnologica, partendo da una constatazione banale soltanto all’apparenza: con oltre 150 atleti all’interno del proprio roster, WWE 2K17 rappresenta il capitolo dell’intera serie col maggior numero di “protagonisti” giocabili al proprio interno. Un lavoro tutto tranne che marginale per Yuke’s, che dev’essersi divertita non poco nella trasposizione digitale dei lottatori (uomini, donne e pure Legends) tra modellazione, motion capture e rifinitura dei dettagli. I lottatori più celebri godono chiaramente di un trattamento privilegiato – una situazione che accomuna gli atleti virtuali di ciascun titolo sportivo, a quanto pare – ma i risultati sono globalmente ben al di sopra la sufficienza: le nuove texture della pelle, l’illuminazione generalizzata sul ring che si riflette sui lottatori e i relativi punti di articolazione, decisamente più naturali e mobili rispetto al passato (vedasi l’articolazione spalla/braccio su tutte) testimoniano un revamp grafico enorme da parte del team di sviluppo, che sembra finalmente iniziare a sfruttare a modo l’hardware di nuova generazione. Restano ancora degli elementi su schermo particolarmente datati, come ad esempio le capigliature (troppo rigide e “plasticose”), gli effetti speciali a bordo ring e durante le entrate o buona parte degli scenari. Discorso a sé il pubblico, che nonostante gli accorgimenti ad esso riservate e le promesse fatte nel corso dell’anno, stride con il resto in un modo sin troppo evidente.

Nulla da dire sul comparto sonoro: buona la OST di questa Suplex City curata da quel simpaticone di Sean Diddy Comb (per gli amici Puff Daddy), telecronaca in lingua inglese senza infamia né lode con Michael Cole e JBL sulle poltrone dei commentatori e la bella Lilian Garcia direttamente dal ring. Meno positivo l’online purtroppo, che complice un matchmaking tutto tranne che fulmineo si riconferma lento e farraginoso: la presenza di effetti vistosi di lag e latenze, specie negli incontri con giocatori localizzati negli Stati Uniti, mette a dura prova l’esito di un incontro, laddove la reattività dei comandi ai nostri input è seriamente minata. Meglio dunque optare per una sfida a inviti tra amici, situazione in cui i problemi appena citati tendono a presentarsi con minor incidenza rendendo, di fatto, l’incontro decisamente più disputabile.

Conclusioni

WWE 2K17, secondo molti, avrebbe dovuto rappresentare la consacrazione della seconda vita del franchise più celebre legato al Wrestling videoludico. Un franchise che, dai fasti memorabili di Here Comes the Pain, ne ha viste di cotte e di crude, piegandosi sempre più sommessamente ai colpi di un lento declino, vittima di una giocabilità claudicante e incapace di rinnovarsi. 2K, Yuke’s e Visual Concepts, con questa nuova declinazione del franchise, hanno sparato alto sin dai primi annunci: una Suplex City piena zeppa di lottatori, dalla giocabilità orientata alla simulazione ma allo stesso tempo veloce ed estemporanea, come del resto lo è lo spettacolo in carne ed ossa. Una promessa grande, che se mantenuta avrebbe finalmente dato al brand quello scossone che, ormai da qualche anno, necessita disperatamente.

La realtà dei fatti, purtroppo, è ben diversa. WWE 2K17 è un buon gioco di Wrestling, dove le poche aggiunte sulle fondamenta della passata stagione, sia in termini di aggiustamento di alcune modalità, sia di meccaniche di gameplay, vengono oscurate dalla decisione di omettere la modalità Showcase, sorpresa apprezzatissima di 12 mesi fa e oggi pesante assente. Non che in WWE 2K17 non ci sia spazio di manovra entro cui divertirsi – al contrario, tra sfide off e online, La Mia Carriera e WWE Universe di cose da fare ce ne saranno a bizzeffe: è solo che il grande passo avanti rispetto al passato non si è ancora fatto vedere. L’ultimo titolo di Yuke’s, ancora una volta, abbraccia una filosofia conservativa che inizia a vacillare sotto il peso dei propri anni e che, se non ammodernata come si deve, rischia di rivelarsi potenzialmente perdente. Una legge spietata che chiunque frequenti un ring come quello della WWE dovrebbe conoscere alla perfezione.