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30 Set 2016

Hitman – Episodio 5: Colorado – Recensione

Dicono che ogni lungo viaggio sia composto da piccoli passi. Tanti piccoli tasselli, apparentemente uno slegato dall’altro, che all’avvicinarsi della meta iniziano ad assumere un senso, un significato, un filo conduttore che li accomuna in un solo grande disegno. Questa è per certi versi la storia di Hitman, il nuovo ciclo del celebre Agente 47 che, con una cadenza grossomodo mensile, sta affascinando milioni di giocatori su PC e console current gen. Una storia narrata per piccoli sorsi, dove i punti adombrati soverchiano ancora quelli più luminosi ricalcando una struttura analoga a quella delle moderne Serie TV: perché è innegabile, più la rivelazione finale si fa aspettare, maggiore sarà il suo impatto sul pubblico al momento opportuno. Ovvio, a patto che essa sia capace di tener testa a quanto di buono la serie ha fatto sino a quel momento: e di aspetti positivi, in cinque episodi di Hitman, ne abbiamo trovati davvero parecchi.

La Stagione 1 di Hitman imbocca la discesa conclusiva che dà verso il traguardo: una discesa, proprio per quanto appena detto, non meno rischiosa di quanto sia stato il tragitto per raggiungerla. E prima dei fuochi d’artificio in terra Nipponica, dove assisteremo all’epilogo di questo primo ciclo e, chissà, ad una papabile ouverture ad una seconda chiacchierata stagione, il jet privato dell’Agenzia fa tappa a Colorado, USA, per una delle missioni più complesse e tecniche del proprio figlio prediletto. Perché si sa, nella sacra arte dell’Assassinio su Commissione anche la tecnica è fondamentale: e in una zona ostile abitata da sole milizie private armate, poco inclini alle visite di cortesia, ne servirà davvero parecchia. Anche se ti chiami 47 e hai un codice a barre sulla nuca.

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Paladini della libertà, questo il nome della main mission nella (poco) ridente terra statunitense, segna un solco evidente con quanto visto sinora nel rinato franchise di IO Interactive. Tolto il mezzo impasse di Bangkok, criticato per lo più per un’eccessiva linearità dell’azione di gioco che andava a tradursi in una mappa risicata e in un set di potenzialità al di sotto della media, in Colorado assistiamo ad uno dei dogmi portanti del brand Hitman sin dai suoi albori: lo stealth alla massima potenza in un universo sandbox. Non che in questo reboot episodico si sia sentita la mancanza del cosiddetto “muoversi nell’ombra”: tuttavia, da Parigi a Sapienza, passando per la stessa Marrakech, uno degli aspetti più interessanti del gameplay consisteva nel doversi mimetizzare nel cuore della folla per poi uscirne dalle fila al momento opportuno, sfruttare Istinto e travestimenti vari e poi dileguarsi, a missione compiuta.

Colorado cambia nettamente le carte in tavola, laddove di “folla”, stavolta, non ve ne sarà nemmeno l’ombra. Una riduzione in termini di NPC assolutamente logica, considerando la natura della missione che porterà 47 a spasso – si fa per dire – all’interno del GQ di una milizia super addestrata. Nascosto in una zona rurale ai piedi delle Montagne Rocciose, immerso tra campi coltivati e piantagioni di albicocco, giace l’accampamento di una pericolosa formazione terroristica internazionale: una base di fortuna soltanto ad un primo sguardo distratto, che scopriremo essere invece organizzatissima e, a tratti, ai limiti dell’inespugnabile. C’è una zona riservata alla sperimentazione di esplosivi ad alto potenziale, un’altra in cui le prime linee del gruppo si esercitano alla lotta, un’altra in cui hacker dedicati intercettano, rubano o modificano informazioni per trarne vantaggio. Tra casette abbandonante solo all’apparenza, colline pattugliate e acri di terreno rigoglioso, i potenziali punti di “ingresso” per raggiungere i bersagli designati non mancano affatto: sandbox dunque, ossia la possibilità di muoversi in totale assenza di linearità approcciando la missione nel modo che più si preferisce.

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La multidimensionalità dell’area di gioco, unita alla presenza di oltre settanta Sfide Maestria e ad un numero significativo di Opportunità, fanno di Hitman: Colorado l’episodio più profondo e complesso, in termini di gameplay, dell’intera serie. Le variabili da tenere in considerazione divergono rapidamente, così come le possibili alternative per raggiungere ciascuno dei ben quattro bersagli preposti. Non fosse che, come anticipato qualche riga sopra, mai come questa volta 47 sia solo in una gabbia di leoni: ciascun individuo incrociato lungo il cammino rappresenta una potenziale minaccia. Minaccia che in moltissimi casi può neutralizzarci ancor prima di notificare ad altri la nostra presenza. Muoversi in un enorme “recinto” di mercenari è ben diverso dal mimetizzarsi nel pubblico di una sfilata di moda: dovesse andar storto qualcosa nel secondo caso, potremmo sempre cercare di far disperdere le nostre tracce nel cuore della ressa. In Paladini della libertà la musica cambia drasticamente, laddove sarà richiesto di valutare con attenzione anche i passi all’apparenza più sicuri: muoversi in silenzio, uscendo dall’ombra solo lo stretto necessario – magari per mettere le mani su un cambio d’abito favorevole o per far scatenare un’Opportunità vantaggiosa – diventano subito gli imperativi principali.

Come si traduce tutto questo in termini di gameplay? Semplice: ci si muove coi piedi di piombo. Considerata l’assenza di variazioni sulle meccaniche base dell’episodio, che rimangono immutate – come lecito attendersi – in questo viaggio alle pendici della celebre catena montana americana, IO Interactive preme l’acceleratore sul pedale dell’attenzione, dello studio, della pianificazione meticolosa anche al dettaglio più marginale – che, storia insegna, finisce sempre per costarci caro. In Hitman: Colorado avremo parecchio di che improvvisare (vi basti sapere che potremo travestirci da spaventapasseri e attendere pazientemente lo sventurato di turno per un’esecuzione memorabile, oppure trasformare i cadaveri lasciati alle nostre spalle in comode palle di fieno), ma per abbattere i quattro bersagli della missione odierna sarà necessario appostarsi in un punto sicuro, analizzare attentamente ciascun pattern di movimento e, chissà, magari sfruttarne alcuni punti di intersezione per portare a casa due piccioni con una fava o, in alternativa, per agire indisturbato su un terzo obiettivo. Il tutto, lo ribadiamo ancora una volta, guardandosi costantemente le spalle: per quanto possa essere abile nel travestimento, la base super segreta non è certo quel luogo dove passare facilmente inosservati.

Colorado è l’episodio più profondo e complesso, in termini di gameplay, della serie.

Ma chi sono i nostri obiettivi, vi starete chiedendo. Partiamo da Sean Rose, ecoterrorista dall’esplosione facile coinvolto in una lunga serie di attentati di matrice dinamitarda sparsi in tutto il globo. Capo di questo piccolo esercito su commissione, egli detiene il comando avvalendosi dell’ausilio di un terzetto di individui dal passato ancora più torbido. Il primo è Ezra Berg, spietato Mossad israeliano esperto in tecniche di interrogatorio “speciali”; Maya Parvati è invece figlia di uno spietato leader delle Tigri Tamil, da cui ha appreso i segreti della guerriglia più tattica; ultima ma non meno importante Penelope Graves, un tempo analista di punta dell’INTERPOL passata poi al di là della barricata a seguito delle lusinghe di Rose. Cosa lega il destino di questo quartetto alle gesta di 47? Senza scendere troppo nel dettaglio, correndo il rischio di rovinarvi un paio di colpi di scena interessanti e una narrativa finalmente accattivante, ci limiteremo a raccontarvi l’incipit di questo Colorado: diciamo che un certo terrorista esperto di esplosivi pare essere stato visto in occasione del rapimento di Thomas Cross, celeberrimo magnate padre di una sfortunata stella del rock morta accidentalmente in quel di Bangkok. Una coincidenza che poteva sfuggire a tutti ma non certo a Diana Burnwood, convinta del legame esistente tra Rose e il famigerato Cliente Ombra e, proprio per questo, decisa a mandare “a campi” il proprio agente migliore.

Per oggi vi basti sapere questo, visto e considerato che da qui in avanti ogni soffiata sulla storia rischierebbe di tradursi in un poderoso spoiler sull’epilogo corrente e sulle interessanti premesse alla base dell’ultimo capitolo a tema Giappone. Diciamo soltanto che sì, i pezzi questa volta iniziano ad incastrarsi in modo evidente, dando uno scorcio plausibile di un quadro, per quanto ancora offuscato, ora più intuibile. Spendiamo piuttosto le ultime righe parlando dell’offerta contenutistica del capitolo, che per la quinta volta ripropone una ricetta complessivamente interessante – almeno per l’esborso richiesto: Paladini della Libertà, già di per sé estremamente rigiocabile nonostante la maggior difficoltà, viene affiancato da una nuova missione Escalation, un nuovo Bersaglio Elusivo e, per i possessori di PlayStation 4, una nuova caccia all’uomo nella side story di Sarajevo Six. Patrick Morgan, il Mercenario: già dal soprannome, e dalla stazza dell’elemento in esame, dovreste intuire quanto sia “poco facile” spedire al tappeto la penultima delle ricercatissime canaglie.

 

Conclusioni

Con un level design accattivante e una narrazione dalle potenzialità indiscutibili, Hitman: Colorado si configura come la prima vera chiave di volta all’interno del rinato franchise di casa IO Interactive. Trattandosi del penultimo capitolo, per certi versi, l’exploit della sceneggiatura potrebbe apparire per certi versi tardivo, laddove un rush finale nell’episodio dedicato al Giappone appare ormai fisiologico. Tuttavia, dando credito per un attimo alla possibilità più che papabile di una seconda stagione, un climax di tale portata appare assolutamente sensato. Specie quando esso viene corroborato da un rinnovato interesse allo stealth puro e alle dinamiche tipiche del sandbox, abbandonate dal capitolo precedente e qui, per fortuna, amplificate al massimo livello.

Hitman: Colorado, insomma, ci ha convinti. L’assenza di novità nelle meccaniche portanti, più che giustificata per ovvi motivi, e un comparto tecnologico privo di particolari ammodernamenti (se non la riduzione generalizzata dei loading time) e sporadicamente vittima di qualche glitch o comportamento insolito, non rappresentano un problema nella determinazione di questo quinto parziale, che testimonia l’ottimo lavoro svolto dal team di sviluppo – nonostante una longevità che, per i giocatori più abili, difficilmente supererà i 90 minuti nel caso peggiore. Certo, il replay value di questo episodio è ancora altissimo, e la pletora di contenuti a margine della storia principale (Escalation in primis) dovrebbero bastare a placare la fame fino all’arrivo dell’ultimo fatidico atto. Gustatevi gli scorci delle Montagne Rocciose fin che potete, ma guardatevi le spalle: potrebbero essere meno nascoste di quanto pensiate. Ma tranquilli, ne riparleremo sulle pendici del Monte Fuji.