Fear Effect Sedna – Recensione

Un mix di generi non proprio perfetto

Fear Effect Sedna – Recensione
Fear Effect Sedna – Recensione

Diciotto anni dopo la pubblicazione di Fear Effect, Hana, Rain, Deke e Glas sono di nuovo in azione. Assieme ad Alex, nuovo membro della squadra, affronteranno orrori legati alla mitologia inuit. Riusciranno a sopravvivere?

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Alla fine degli anni ’90 i Full Motion Video stavano cominciando a diventare obsoleti. La recitazione, i costumi e gli sfondi poco convincenti avevano ormai fatto il loro tempo. Al loro posto stava montando l’ondata di nuove sperimentazioni stilistiche attraverso le quali raccontare una storia. Fra i tanti esempi, ad attirare l’attenzione fu nel 2000 Fear Effect, sviluppato da Kronos Digital Entertainment: l’ultima, al tempo, pubblicazione di Eidos combinò elementi cinematografici di produzioni come Blade Runner, The Killer ed Æon Flux (la serie animata, andata in onda dal 1991 al 1995) a strutture ludiche di titoli quali Resident Evil e Heart of Darkness, ma riuscì ugualmente a garantire un’esperienza del tutto originale, in grado di distinguersi rispetto alla massa.

Figure principali di Fear Effect erano tre mercenari, Hana, Glas e Deke, il cui obiettivo era trovare e portare in salvo la figlia di un potente uomo d’affari cinese nonché boss della Triade, scomparsa nel misterioso protettorato di Shan Xi. I nostri protagonisti non erano animati da alcuna velleità eroica bensì da un più materiale guadagno in denaro: raggiungere la ragazza prima che lo facessero gli uomini del padre era essenziale per sottoporre poi quest’ultimo a un ricatto. La questione divenne presto più complessa e sovrannaturale, costringendo il trio a fronteggiare minacce ben peggiori di semplici malavitosi. L’aspetto del gioco rappresentò il suo principale punto di forza, uno stile visivo che lo distinse davvero da altri giochi dell’epoca e nonostante alcuni problemi dovuti a inquadrature fin troppo cinematografiche che impedivano di giudicare correttamente la distanza, Fear Effect presentò un’esperienza molto divertente, con una storia avvincente al punto da far ottenere al titolo un sequel e adesso, dopo diciotto anni, un terzo capitolo: Fear Effect Sedna.

Hana, Deke, Glas e anche Rain ritornano in una nuova avventura dai risvolti horror, mantenendo l’ambientazione in stile cyberpunk propria della serie ma reinventandosi per quanto riguarda tutti gli altri aspetti – un tentativo forse di rimediare agli errori passati. I primi due erano titoli action adventure in terza persona arricchiti, come abbiamo detto, da uno stile visivo unico per il loro tempo. Fear Effect Sedna elimina un’espressione sì distintiva ma piuttosto datata per sostituirla con una grafica cel-shading accompagnata da una visuale isometrica. Se dal punto di vista tecnico sembra essere tutto chiaro, quando si tratta di generi il gioco è un bizzarro miscuglio: si divide fra rompicapo, sparatutto e stealth ma il problema non è tanto nella commistione quanto in una messa in atto piuttosto zoppicante.

Ambientato qualche anno dopo il finale buono del primo capitolo, Fear Effect Sedna si apre con Hana e Rain ingaggiate per recuperare una misteriosa statuetta, solo per vedersela sottrarre all’ultimo momento da uomini altrettanto misteriosi. Alla fine le due donne si riuniscono in Groenlandia con i loro partner Deke e Glas, ai quali si aggiungerà anche Axel – figura non estranea poiché gli sviluppatori, molto convenientemente, hanno fatto sì che Hana già lo conosca. Basterà poco perché i nostri mercenari preferiti si trovino ancora una volta coinvolti in una situazione che trascende i confini del reale per sfociare in un incubo a occhi aperti. Questa volta è coinvolta la creazione di esseri mostruosi la cui fisionomia ricorda le creature della mitologia inuit ma per scoprire la ragione di tutto ciò, il gruppo dovrà scavare fino al cuore della questione cercando al contempo di non soccombere all’orrore. Dal punto di vista della trama dunque c’è potenziale soprattutto grazie all’inclusione dell’aspetto mitologico, una scelta ispirata che ha permesso di creare nemici interessanti e inserirli in un contesto ricco di colpi di scena capaci di tenere il giocatore sulle spine durante il suo sviluppo. Se a questo aggiungiamo il salto di qualità che la già menzionata grafica cel-shading fa compiere in termini visivi, restituendo un gioco dalle tinte a fumetto, un’ottima colonna sonora e una caratterizzazione dei personaggi valida nonostante qualche inciampo dovuto soprattutto a un doppiaggio poco valorizzato, allora dal punto estetico e narrativo abbiamo di fronte un prodotto ben confezionato per il quale Sushee Games merita i propri riconoscimenti.

Fear Effect Sedna si reinventa pressoché sotto ogni aspetto

Il vero problema di Fear Effect Sedna, come accennato, risiede nel gameplay. Qualsiasi approccio scegliate per la vostra partita, il gioco non riuscirà mai a colpire nel segno fino in fondo perché tutto è stato tenuto fin troppo semplice: i nemici dispongono di un cono visivo da evitare accuratamente per non essere scoperti e per raggiungerli in silenzio, così da mettere a segno un’uccisione istantanea, vi basterà accovacciarvi e portarvi alle loro spalle. I personaggi principali sono dotati ciascuno di tre abilità uniche, dal gas stordente di Axel fino al lanciafiamme di Deke passando per le esche olografiche di Rain. Sarebbe stato interessante vederle all’opera e perché no, combinarle assieme per capirne l’effetto, purtroppo l’eccessiva brevità dei combattimenti (quando si sceglie di combattere faccia a faccia) non permette davvero di utilizzare una meccanica dal potenziale ampio. Quando si entra in contatto diretto con un nemico, il puntamento è automatico perciò sarà sufficiente tenere premuto il pulsante per fare fuoco e aspettare che uno dei due – voi o lui – cada a terra morto. Nel caso siate voi a soccombere, non preoccupatevi di dover ricominciare dall’ultimo salvataggio perché come si dice, finché c’è vita c’è speranza: nel caso specifico il game over non occorrerà fino a quando almeno un componente della vostra squadra resterà in piedi. Il controllo passerà al personaggio successivo, quello dopo ancora, e qualora usciste vivi dalla situazione i compagni caduti verranno miracolosamente resuscitati. Un po’ strano ma accettabile. Nel complesso tuttavia il combattimento si percepisce abbastanza piatto, pur con l’aggiunta di una schivata in slow-motion, senza contare che difficilmente preferirete uno scontro aperto nel momento in cui potrete scegliere come muovervi. Avere il puntamento automatico rende inoltre le cose inutilmente difficili e frustranti quando affronterete gruppi di nemici o boss con più zone esposte da colpire.

La stessa strategia, in teoria uno dei punti di forza del gioco, non è ben implementata per il semplice fatto che questo aspetto viene meno di fronte a battaglie brevi. Si può mettere in pausa il gioco per sfruttare la “Modalità Tattica” ma tenendo conto che le schermaglie difficilmente superano il minuto, sarebbe più il tempo speso a pianificare che non quello di un approccio più a muso duro. Per inciso, controllare la vostra squadra è piuttosto semplice poiché il tutto si riduce a due semplici comandi: “resta qui” e “raggruppati”. Sfortunatamente non è possibile metterli in modalità stealth, il che comporta vedere i propri piani furtivi andare in fumo o perché l’intelligenza artificiale non è abbastanza reattiva da sfuggire alla visuale nemica, oppure perché decide autonomamente di dare inizio allo scontro – con buona pace della tattica. Insomma, siamo favorevoli alla sperimentazione con più generi ma qui non si può proprio dire che la strategia si fonda bene al resto.

A risollevare un po’ la situazione intervengono gli enigmi che non solo spezzano la monotonia dell’azione ma si dimostrano vari quanto basta per tenervi impegnati: potreste ritrovarvi a osservare l’ambiente alla ricerca di indizi su un codice d’accesso, muovere alcuni elementi per creare un percorso, dare il via a un minigioco in cui hackerare un sistema oppure spostare le librerie per impedire alle telecamere di localizzarvi. Non manca poi la componente esplorativa, sia essa per individuare dei medikit (mai troppo abbondanti) o munizioni speciali, oppure dei totem che vi premieranno sbloccando artwork – una aggiunta sempre gradita.

Conclusioni

Fear Effect Sedna è un titolo che necessitava di più tempo per lo sviluppo. Emergono le buone intenzioni di Sushee Games nel ridare lustro a una serie quasi ventennale ma ci sono alcuni difetti, a partire dalla componente tattica molto poco sentita fino ad arrivare più in generale al sistema di combattimento piuttosto goffo, che lo rendono un erede imperfetto dell’originale. Va però riconosciuto l’impegno nel costruire una narrazione avvincente che rievoca l’atmosfera del primo capitolo, arricchita da una grafica rinnovata e una serie di enigmi interessanti: tutti elementi che invitano a dare al gioco una possibilità. Soprattutto se ne siete appassionati fin dai tempi della prima PlayStation, non dubitiamo che l’affetto verso i personaggi e il contesto cyberpunk possa farvi chiudere un occhio.

Good

  • Grafica cel-shading accattivante
  • Trama ben costruita e coinvolgente
  • Tanti ingegnosi enigmi
  • Si respira l'atmosfera Fear Effect

Bad

  • Tante possibilità poco approfondite
  • Alcuni elementi di gameplay sono grezzi
  • Il doppiaggio non valorizza i personaggi
  • Componente strategica ininfluente
6.7

Discreto

Cresciuta negli anni ’90 con un Game Boy e un Nintendo 64, è poi diventata ancora bambina un’adepta Sony a tempo pieno, ma appena può si dedica anche ad altre console. Da Metal Gear ha imparato l’approccio stealth, che applica anche alla vita reale riducendo al minimo la sua socialità; quando non è impegnata a nascondersi in una scatola di cartone e pretendere di passare inosservata, però, chiacchiera volentieri di qualsiasi cosa. Videogiochi in testa, ovviamente. E quando non parla, scrive o gioca, legge principalmente romanzi gialli.

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