Senua’s Saga: Hellblade II – Recensione

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Siamo tutti Senua

Di ciò che sta avvenendo in casa Xbox negli ultimi tempi si è parlato più che altro su tematiche lontane dal videogioco: crisi, finanza, chiusura di studi e tanto altro, in un coacervo di preoccupazioni e sentenze che quasi hanno rischiato di oscurare l’arrivo di Senua’s Saga: Hellblade II, il nuovo titolo di Ninja Theory in arrivo su PC e Xbox in formato digitale e al D1 su Xbox Game pass (acquistabile a questo link).

Considerato come una delle uscite più importanti del mese, se non dell’anno, il secondo capitolo della storia della giovane Senua arriva in un momento paradossale. All’apice di un periodo di grande crisi e confusione dell’industria a trecentosessanta gradi, questa produzione di stampo autoriale si presenta ai nastri di partenza con la convinzione di sapere perfettamente cosa intenda realizzare, quali strumenti gli servano e il percorso che necessario per ottenere il risultato tanto ambito.

Sciogliamo fin da subito l’ambiguità: Senua’s Saga: Hellblade II è un gioco di nicchia, atipico e peculiare, esattamente come il suo predecessore. Non ambisce a diventare il nuovo fenomeno mass market, non cerca di compiacere a questa o quell’utenza, non inserisce al suo interno dinamiche o design predatori. Stiamo parlando invece di un gioco che, semplicemente, vuole essere “altro” e lo fa spingendo a tavoletta là dove più gli interessa, ignorando modelli di gameplay riconoscibili e vincenti per offrirci, invece, un pacchetto confezionato nei modi e nei tempi utili a dare vita alla propria visione.

Se non vi è piaciuto il primo Hellblade, sia chiaro, non vi piacerà neanche il sequel. Se desiderate che il vostro prossimo gioco presenti la classica struttura con menu, hub, livelli, collezionabili e obiettivi, neanche. Se cercate adrenalina costante, spesso vi verrà da sonnecchiare. Se ambite a una sfida d’ingegno, alcune prove vi sembreranno puerili.

Se invece vi state chiedendo che forma potrebbe avere un videogioco che se ne frega di cosa voglia o si aspetti la gente e ha (fortuna da non sottovalutare) alle spalle risorse e tecnica utili a sprigionare in libertà la propria ambizione dal punto di vista artistico, beh, è il caso che mettiate delle belle cinture di sicurezza perché il viaggio che ci attende è davvero intenso. E inarrestabile.

Ci troviamo di fronte a una nuova Senua

Sono passati diversi anni da Hellblade: Senua’s Sacrifice, che nel 2017 ha segnato una nuova dimensione per un team come Ninja theory, conosciuto e apprezzato per il suo indubbio talento nell’inscenare titoli d’azione dalla forte componente grafica e tecnica, qui impegnato invece a realizzare un prodotto più intimo e autoriale. Nel mentre sono avvenuti considerevoli cambiamenti e trasformazioni, tra cui anche (e soprattutto) il passaggio da studio indipendente a parte integrante degli Xbox Game Studios.

Mossa rischiosa, in particolare dopo il passo fatto verso un nuovo modo di fare giochi, meno vincolato alle richieste del publisher/editore di turno, ma più in linea con la visione di uno dei padri della software house britannica, Tameem Antoniades, che fece del primo capitolo di Senua il punto di arrivo della propria esperienza (come riportato nelle recenti interviste realizzate dopo la sua separazione dall’azienda). In effetti, chi non ha tremato pensando al destino di Senua dopo aver visto Microsoft piazzare il team sullo sfortunato Bleeding Edge? Un fallimento totale, senza possibilità di redenzione, che metteva la squadra spalle al muro.

Eppure la fiducia da parte della divisione Xbox non è calata e si è invece rilanciata, alla grande, con Senua’s Saga: Hellblade II, titolo in breve diventato particolarmente centrale nella comunicazione dell’esperienza Xbox verso un certo tipo di utenza, quella alla ricerca di produzioni “da giocatori”, distintive e uniche, lontane dall’asfissiante affollamento di live service e altri mostri. Lontane anche dai progetti pensati male e finiti peggio, tipo Redfall, esempio lampante di come i vertici possano distruggere qualsivoglia potenziale latente, se in mente hanno tutto al di fuori del risultato finale.

Il passato non è ancora superato del tutto

Fa quindi piacere notare come l’impegno diretto di Xbox Game Studios si veda davvero tutto, senza incertezze: non ci troviamo nell’imbarazzo di capire se il gioco sia un adeguato showcase per l’hardware o meno, perché a livello di impatto visivo e resa complessiva siamo di fronte alla migliore produzione in assoluto per le piattaforme Xbox (abbiamo provato la versione Xbox Series X per la recensione), e anche di diverse lunghezze.

L’utilizzo di Unreal Engine 5 non è necessariamente indice di qualità finale della produzione, ma è sicuramente un ottimo punto di partenza per un team di qualità come Ninja Theory, che già con il titolo precedente aveva ottenuto risultati entusiasmanti mescolando risorse tecniche a sagacia stilistica (indimenticabile la fusione tra gioco in tempo reale e FMV in trasparenza) e ora si trova in mano uno strumento potentissimo, che gli permette di dare sfogo a praticamente tutte le ambizioni del caso.

A livello di impatto visivo e resa complessiva siamo di fronte alla migliore produzione in assoluto per le piattaforme Xbox

Impressionante è il lavoro svolto nella riproduzione dei personaggi e nella trasposizione da attore a mondo virtuale: non è certo una novità il “fotorealismo” in un videogioco, ma di fronte a un certo tipo di risultati è impossibile far finta di niente. L’attenzione riposta nel dare vita a ogni dettaglio dei volti, ogni espressione, ruga, cicatrice e via dicendo, il tutto raccordato da animazioni estremamente credibili e che consentono per tutta l’esperienza di non cadere mai nell’uncanny valley, offre un complesso che in tantissime occasioni mette in discussione la percezione del giocatore: “Ma non sarà mica un attore vero qui?

Non per niente si parla di ben 69 giorni di riprese di mo-cap dedicate per i soli combattimenti, mentre per il primo capitolo bastarono due giorni. Si tratta di un esempio emblematico nel rappresentare la spinta propulsiva ricevuta da un franchise identificatosi all’epoca come “AAA indipendente”, che ora rivendica ancora con più orgoglio questa nomea, potendo contare su un’infrastruttura clamorosa nel dare vita a un qualcosa di unico e originale.

Le battaglie, strutturalmente semplici, sono emozionanti e spettacolari

La fedeltà grafica non è fine a sé stessa, ma veicolo indispensabile per trasmettere emozioni e intensità. Se i personaggi sono stati realizzati in maniera impeccabile, anche il mondo di gioco non è da meno, potendo vantare come scenario una Islanda del 10° secolo ricreata in modo certosino grazie alla fotogrammetria. Anche qui, il fine ultimo non è il realismo fine a sé stesso, ma la creazione di un mondo credibile, sfruttando effettivamente una tecnologia che fino a oggi sembrava più un orpello da marketing che altro.

Cosa ce ne facciamo di una tecnica simile in un open world fatto di segnalini GPS da inseguire o di viaggi rapidi? Cosa aggiunge in un racing in cui sfrecciamo a 200km/h sulla pista, ignorando i fondali? In Senua’s Saga: Hellblade II la concretezza delle ambientazioni è ciò che contribuisce ad ancorare alla realtà la protagonista, sempre in bilico tra due mondi complementari ma incompatibili.

Il fine ultimo non è il realismo fine a sé stesso, ma la creazione di un mondo credibile

La sua capacità di vedere “oltre” permette poi di giocare con le conformazioni e le geometrie, modificando e ricostruendo tutto ciò che che è presente nell’area di gioco per cambiare costantemente le carte in tavola. Che si tratti di un enigma ambientale o di passare a una nuova scena, è ottima la risposta del motore di gioco, gestito con sapienza attraverso transizioni intelligenti e affascinanti.

Certo, l’occhio esperto da gamer noterà sempre qualche “imperfezione”, come le fantomatiche fessure tra le rocce, che agevolano i caricamenti durante il passaggio, o la resa di alcune inquadrature d’insieme che lasciano percepire un sensibile distacco tra personaggi e fondali, ma siamo davvero nel campo delle inezie e queste non possono in alcun modo intaccare un comparto visivo letteralmente perfetto.

La resa di alcune scene è semplicemente fuori parametro

È in questo palcoscenico sorprendente che ci troviamo a seguire la storia di Senua, conseguenza diretta degli eventi pregressi: superato il trauma per la morte del suo amato Dillion e superata la prova di Hel, la giovane riprende il controllo della propria vita e acquisisce consapevolezza in merito alla natura delle voci e delle sue visioni, facendo tesoro di tutte le incertezze e le contraddizioni che queste le riversano costantemente nella mente.

La “lucidità” (se così possiamo chiamarla) acquisita la porta ad agire per impedire che succeda nuovamente una tragedia simile a quella vissuta dal suo villaggio e da Dillion, spingendola a imbarcarsi su una nave carica di schiavi per raggiungere la città degli uomini del nord, coloro che hanno depredato e distrutto numerosi villaggi allo scopo di ottenere risorse e vite da consumare per i propri fini.

Se nel primo gioco si giocava sul dubbio, sulle possibilità, lasciando che il giocatore potesse considerare le allucinazioni audiovisive come frutto di forze oscure, magia o spiritualità, la presa di coscienza della follia della protagonista consente di spingere con l’acceleratore sulla partecipazione delle “Furie” nel descrivere ciò che avviene e nel pungolare la giovane durante le sue riflessioni. In Senua’s Saga: Hellblade II le voci diventano “coprotagoniste”, si arricchiscono di personalità e giocano con ancora più efficacia sull’altalena delle emozioni, proponendo in modo erratico paura, empatia, sostegno, codardia, derisione e fiducia.

Senua non è mai sola: le Furie la sostengono e la motivano quando necessario

Ad aumentare (esponenzialmente) le potenzialità dell’interpretazione di Melina Jurgens troviamo il confronto con il mondo reale, praticamente assente in precedenza. Senua’s Saga: Hellblade II affianca infatti alla protagonista un cast di personaggi che le offrono una interessante sponda narrativa, tra stimoli del tutto nuovi, interazioni più o meno forzate, sviluppo del senso di responsabilità verso il prossimo e parallelismi tra la propria vita e quella degli altri.
Senza svelare più del dovuto, il terzetto composto da Thórgestr, Fargrímr, Ástríðr diventa presto bersaglio delle voci, pronte ad affollare i pensieri di Senua di dubbi e sospetti, così come di fiducia e propositività. Si tratta di un’esperienza nuova per la nostra eroina, finalmente di nuovo in contatto con il mondo reale e subito obbligata a prendere decisioni e agire considerando non solo le proprie necessità, ma anche quelle di chi la circonda – che sia una figura di passaggio o meno.

Ci saranno quindi inattese alleanze, personaggi di cui dubitare a ogni passo o che ci affideranno la loro vita, incrociando nel mentre numerossisime comparse per cui la giovane prova un soverchiante senso di responsabilità, nonostante la marginalità della sua connessione con loro.

Le Furie si scatenano mettendo in scena un irrefrenabile crepitio di emozioni

In questo contesto, le Furie si scatenano mettendo in scena un irrefrenabile crepitio di emozioni, come se ogni stimolo esterno fosse una luce diretta verso i mille frammenti di uno specchio, ognuno capace di generare un bagliore accecante. La maturità di Senua sembra riuscire a gestire questa cacofonia di pensieri, assorbendone anche le reazioni più istintive nel processo che la conduce a prendere le proprie scelte.

Vederla agire in contraddizione alle voci è affascinante, anche perché il contrasto che si genera non assume mai forme livorose. La bizzarra simbiosi che ne scaturisce porta a pensare: “Se mai queste voci dovessero sparire, Senua si sentirebbe sollevata o in preda alla disperazione della solitudine?”. L’intima potenza di queste interazioni è tale che ci fermeremo spesso a empatizzare con Senua, nonostante la nostra condizione mentale non sia certo assimilabile alla sua.

Già, non siamo abituati a vederla interagire nel mondo reale

Arrivati a questo punto, può sembrare strano dirlo, ma Senua’s Saga: Hellblade II è anche un gioco. Come per il predecessore, si tratta di un’avventura narrativa lineare, guidata e scriptata fino al minimo pixel, in cui si alternano situazioni ad alto coinvolgimento – quando emotivo e quando interattivo – ad altre decisamente più compassate ed espositive. Gran parte dell’esperienza è incentrata nella navigazione delle affascinanti aree di gioco, mentre la protagonista e le sue voci (così come i coprotagonisti) delineano eventi e lore con i loro commenti.

Di ritorno dal primo gioco troviamo anche la predilezione per gli enigmi ambientali basati sull’osservazione, cosa che ci porta a dover giocare con le prospettive per individuare simboli specifici utili ad aprirci il passaggio o ragionare tenendo a mente due diverse realtà per muoversi e raggiungere una destinazione all’apparenza inaccessibile. In entrambi i casi non stiamo parlando di prove di abilità impegnative, quanto piuttosto di naturali digressioni che ben si inseriscono nel ritmo dell’esperienza (oltre a essere sapientemente contestualizzate).

Il senso di oppressione generato da certe sfide è in linea con il mood di un mondo crudele e senza pietà

Anche il sistema di combattimento ritorna quasi (enfasi sul quasi) immutato, mantenendo la costruzione base attacco/parata/schivata in cui il giocatore ha un numero limitato di opzioni da portare al limite dell’efficacia, trasformando la parata in parry, la schivata in roll e via dicendo. Rispetto al passato si percepisce però un cospicuo intervento per quel che riguarda peso, impatto e reattività, cosa che rende ogni sfida estremamente appagante, soprattutto se si rinuncia ai vantaggi offerto dallo specchio e dal focus: è sufficiente rimettere mano a Senua’s Sacrifce per rendersi conto di quanto tutto fosse troppo “arcade”, tra velocità e reattività.

Da evidenziare anche come gli avversari che ci vengono posti dinanzi siano abbastanza variegati per moveset e comportamento e, spesso, ci vengano lanciati addosso in lunghe sequenze quasi estenuanti, di cui sembra non vedersi la fine. Il senso di oppressione generato da certe sfide è in linea con il mood di un mondo crudele e senza pietà, e venirne fuori è estremamente soddisfacente grazie alla strepitosa messinscena che non banalizza mai il passaggio da un nemico all’altro e, anzi, spettacolarizza ogni uccisione e ogni nuovo rivale che attenta alla nostra vita. Manca forse il brio di una minaccia multipla (le sfide sono sempre 1vs1), ma l’intensità compensa a dovere e la soddisfazione dell’emergere vittoriosi è tangibile, così come la consapevolezza delle morti che ci si lascia alle spalle. Già, perché a questo giro non sfidiamo ombre che attentano alla nostra sanità mentale, ma esseri umani pronti a tagliarci la gola alla prima occasione. O noi, o loro.

Il peso della spada, la conseguenza della violenza e la responsabilità delle morti…

Allo stesso modo, però, è impossibile non parlare del gioco in termini di “esperienza”. So bene come questo termine possa creare qualche prurito in alcuni giocatori, ma questo è quanto: Senua’s Saga: Hellblade II si allontana in modo ancora più netto dalla struttura di videogioco tradizionale di quanto facesse il primo capitolo, evidentemente costruito a monte con una sequenzialità di sfide che dovevano poi incastrarsi nella narrativa. Questa schematizzazione di “stanze”, seppur funzionale, mentalmente ci riportava spesso con i piedi per terra.

In questa occasione, invece, sono gli eventi a prendere in mano le redini e a dettare la via, lasciando che puzzle, combattimenti e navigazione si presentino solo ed esclusivamente quando è realmente funzionale. Ciò si traduce in un viaggio spettacolare, le cui tappe rappresentano tutte un “picco” e quasi mai tendono ad appiattirsi per qualità o intensità, trasportando il giocatore con tutte le scarpe in un mondo tangibile e sostenuto da un uso peculiare del piano sequenza, intervallato da cambi scenici di grande effetto.

Senua’s Saga: Hellblade II si allontana in modo ancora più netto dalla struttura di videogioco tradizionale di quanto facesse il primo capitolo

Nel videogioco in generale non è facile apprezzare la semplificazione dell’interazione quando questa potrebbe essere sostituita efficacemente da una cutscene, ma l’attenzione con cui ogni passo, ogni arrampicata e ogni azione, anche la più semplice, viene intrecciata con la crescita di Senua non può essere trascurata. Sopravvissuta, eroina, vittima o impostore: in ogni inclinazione della levetta, in ogni tasto premuto, anche nella più semplice interazione, coglieremo il significato. Forse questo genere di gameplay non incontrerà il favore dei più, ma va rimarcato come non vi siano segni di superficialità o pretestuosità nella sua applicazione.

Anzi, ci troviamo di fronte a un prodotto strepitosamente efficace nel rispettare il giocatore, risultando onesto nella forma e restio nell’approfittare del nostro tempo, come invece fanno ormai tutte le produzioni. Nelle 7-8 ore necessarie a completarlo solo in un momento si sente un po’ di diluizione, senza riuscire necessariamente a capire il perché della durata di una specifica sezione, ma a parte quello è davvero maturo ed esplicito il modo in cui viene dettata la progressione, in costante accelerazione verso il finale.

Clive Wood a parte, questa è una scena all’apparenza banale ma carichissima di intensità

È encomiabile il modo in cui l’interazione si evolve in complessità e richiesta al giocatore, a cui vengono gradualmente forniti tutti gli strumenti per affrontare le sfide senza la necessità di tutorial o sovrimpressioni. I comandi sono illustrati nel menù iniziale, e una volta che si avvia la partita viene abbandonato ogni elemento intrusivo, rinunciando persino alla gradevole integrazione dei titoli di testa vista in Senua’s Sacrifce, esponendoli in modo più classico ma contenuto. Questo gioco fa di tutto per tenerci saldamente nella sua presa e farci dimenticare il mondo reale.

Approcciando Senua’s Saga: Hellblade II in una stanza con luci adeguatamente soffuse, indossando un paio di buone cuffie e (nel caso sia nelle proprie possibilità) disattivando i sottotitoli, l’immersione è davvero completa e rapisce nella totalità delle percezioni come solo alcune esperienze “virtuali” e omnisensoriali possono fare. Diventa indispensabile spegnere i telefoni o altri elementi di disturbo per mantenere il contatto costante con gli eventi non rischiare di rompere la magia al momento meno opportuno, dedicando tutta la propria attenzione alle voci e ai rumori, lasciandosi trasportare dal vigore con cui occasionalmente l’accompagnamento audio prende il controllo e detta il tempo.

L’immersione è davvero completa e rapisce nella totalità delle percezioni come solo alcune esperienze “virtuali” e omnisensoriali possono fare

Ma non si tratta solo di capacità di catturare il giocatore, ma anche di scandirne i passi in modo puntale, quasi sorprendente, e mai banale. Senza entrare in ambito spoiler, è da applausi il modo in cui si lascia intendere che le sfide che affronteremo dovranno rispettare un determinato canovaccio, per poi ogni volta andare a scremare il superfluo e il già visto, accorciando le distanze ed eliminando il sentore di pesantezza. Perché un conto è donare sequenzialità a una serie di eventi, un altro è non rendersi conto che in un’esperienza narrativa la reiterazione è un peccato capitale.

Fa sorridere come a un certo punto, letteralmente, le Furie dicano che Senua è al corrente di tutto ciò che le serve, che le è stato insegnato quanto necessario e che ha correttamente sfruttato le abilità a disposizione. Questo in un momento in cui, a conti fatti, ci si chiede quanto possa “crescere” in complessità la sfida che ci viene posta. E successivamente poi si “esplode” di gioia quando, dopo una grande rivelazione, si ha l’impressione che ci attenda un momento di transizione e riflessione e invece si viene catapultati subito nell’azione per mettere in pratica quanto appreso narrativamente. Grazie, grazie e ancora grazie, perché è tempo ci si renda conto di come oggigiorno siamo diventati assuefatti alla presenza di riempitivi incolore che non fanno altro che annacquare il nostro divertimento facendoci credere, con sfacciataggine, di offrire invece qualcosa in più.

Siamo in grado di vedere oltre e questo ci permetterà di trovare misteriosi alleati

Appurato che a livello pratico ci troviamo di fronte a un titolo realizzato con tutti i crismi e graziato da valori di produzione elevatissimi, è tempo di andare ad affrontare la componente “umana” di Senua’s Saga: Hellblade II, inscindibile dalla valutazione complessiva. Missione non semplice quella di Ninja Theory, impegnata nel riprendere in mano una storia personale, introspettiva e profondamente intima, che poteva essere tranquillamente lasciata a sé stessa senza essere rievocata, con il rischio di “sporcare” l’idealizzazione degli eventi originali e l’importanza del loro messaggio.

Ancora più complesso è passare da un titolo in cui il contesto etereo e sfuggente ci portava a danzare nel dubbio, chiedendoci se ciò che ci trovavamo di fronte fosse frutto di magia, spiritualità o, come effettivamente realizzato, di una profonda psicosi. Usciti da questa impasse e consapevoli della follia di Senua, cambia anche il linguaggio dell’opera, riscrivendo l’angoscia della minaccia opprimente e sconosciuta in una forma invece più comprensibile e spaventosa, ovvero quella della costante messa in discussione delle proprie capacità e possibilità.

Consapevoli della follia di Senua, cambia anche il linguaggio dell’opera

Ogni dialogo, ogni voce, ogni inquadratura stretta sul volto. Ogni scambio, ogni tentativo e ogni errore. Se nella solitudine della propria schizofrenia ogni fallimento ci trascina in un pozzo senza fondo, che ci dilania dentro, nel rapportarsi al prossimo ci carichiamo di una responsabilità che aumenta esponenzialmente di peso e gravosità nel momento in cui non è un velleitario moto di “eroismo” a muoverci, quanto piuttosto l’intreccio di umanità e la fiducia che viene riposta nella nostra, seppur fragile figura, che faticosamente cerca di trovare uno scopo alla propria esistenza.

Chi ha un po’ di esperienza intuirà presto cosa sta avvenendo qui 😉

Angosciata dall’idea dell’immutabilità del destino, Senua lotta per trovare la sua via mentre chi la circonda le ricorda costantemente quello che sarebbe potuto diventare, nel bene e nel male. Il tutto mentre si esplorano le profondità della disperazione, in grado di annichilire l’animo umano e generare mostri. Gli stessi mostri che Senua deve affrontare, lo stesso genere di mostro in cui Senua potrebbe un giorno mutare. Nonostante l’oscurità, nonostante la possibilità di portare un cambiamento sia vista come un miraggio in un mondo così crudele e spietato, il messaggio percepito non è rassegnato, ma consapevole e positivo. E vivere la crescita di Senua in quest’ottica è una delle esperienze più impattanti che si possano sperimentare in questo medium.

È tempo di chiedersi cosa vogliamo davvero da un videogioco, se davvero siamo interessati a inseguire esperienze diluite, banali, fraudolente e insolenti nel modo in cui pretendono di dettare quale sia la linea da seguire e come occupare il nostro tempo. Perché con l’occhio del critico, Senua’s Saga: Hellblade II presta il fianco sotto alcuni aspetti, in particolare pensando alla scarsa interazione presente in tanti momenti, passando poi dalla forse eccessiva semplicità delle sfide “puzzle” e l’assenza di virtuosismi in un sistema di combattimento estremamente competente ma a conti fatti “semplice” (che però, personalmente, adoro). Ma è davvero qualcosa di biasimabile?

Vivere la crescita di Senua in quest’ottica è una delle esperienze più impattanti che si possano sperimentare in questo medium.

È tempo di accettare che si possa essere altro, che l’autorialità possa essere vista come un valore aggiunto e non come un ostacolo, in particolare quando non si limita a specchiarsi in sé stessa rendendo il giocatore lo spettatore della propria compiacenza (shot fired) e va invece ad avvolgere con calore chi è pronto a scommettere e ad accettare l’occasione offerta, vivendo l’esperienza a un livello più “paritario” tra autore e fruitore. Proprio come fa questo incredibile titolo.

Conclusioni

Senua’s Saga: Hellblade II è un manifesto brillante della maturità raggiunta da Ninja Theory, che riesce a evolvere e a crescere nonostante il passaggio da studio indipendente a costola di Xbox Game Studios, cosa di per sé miracolosa a pensarci bene. Non è chiaro quale sia stata la chiave di volta su cui è stata costruita questa libertà espressiva, ma tant’è: abbiamo tra le mani una produzione che potrebbe necessitare di qualche scrematura per incontrare i favori del grande pubblico, ma che per quello che vuole fare è a conti fatti perfetta, intoccabile e irrinunciabile, da esaminare in dettaglio e utilizzare per spiegare come d’ora in poi andrebbe approcciato il design di buona parte delle produzioni moderne.
In questo momento di profonda crisi del settore e di presa di coscienza di quanto costose possano rivelarsi anche le produzioni più fallimentari, Senua’s Saga: Hellblade II rappresenta il desiderabile blueprint per le produzioni first party di Xbox Game Pass.
Il servizio di Microsoft è indubbiamente già completo, appagante e ricco di ogni tipologia di produzione e genere, e a costo zero è possibile affiancarvi tutte le produzioni free to play che dominano il settore. C’è quindi spazio per creare identità e sperimentare, provando a sfruttare quelle grandi risorse a disposizione non per riempire le orecchie del pubblico di promesse in fumoso corporatese, per poi presentare prodotti discutibili, ma per spingere a tavoletta verso l’identità e l’unicità, offrendo qualcosa che davvero non si trova in altri lidi. Ci si era riusciti con Hi-Fi RUSH, ma non si è colta l’occasione allora e sarebbe folle adesso ripetere l’errore.Vale la pena comprarsi una Xbox per giocare a Senua’s Saga: Hellblade II? Probabilmente chi non l’ha fatto finora non cambierà certo idea con un titolo così peculiare, ma sicuramente possiamo dire che oggi l’offerta di Game Pass fa centro in modo clamoroso, e lascia una traccia indelebile sulle future scelte di una divisione gaming che deve capire quale direzione intraprendere con i propri studi. Non sarebbe niente male, da giocatori, mandare un bel messaggio e far capire che, sì, è questa la strada giusta.
Per quel che riguarda il mio di messaggio, se non è trasparso con chiarezza dal testo, lo trovate sintetizzato nel voto.
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  • Good
    +Tecnicamente il massimo mai espresso su Xbox
    +Sinergia audiovisiva fuori parametro
    +Interpretazione del cast eccellente
    +Denso, avvolgente, senza tempi morti
  • Bad
    -Approcciato con leggerezza, perde qualcosa
  • 10 Perfect

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