20 Giu 2016

Dead Island: Definitive Collection – Recensione

Abbiamo avuto il piacere di conoscere i protagonisti di questa serie targata Deep Silver nella passata generazione di console, forse in un periodo in cui la zombiemania era molto più di moda grazie alla veloce ascesa al successo dei fumetti e della serie tv di The Walking Dead. Seguendo quindi la scia di quel periodo, tra il 2011 ed il 2014, il publisher tedesco ha lanciato sul mercato due titoli decisamente degni di nota ed uno spin-off che onestamente speriamo ancora di riuscire a dimenticare… Ma la storia di Dead Island non finisce qui, ed infatti, mentre attendiamo di poter stringere tra le mani una copia di Dead Island 2 prima che cominci una vera epidemia zombie, abbiamo deciso di non farci scappare l’occasione di trucidare ancora un’altra carrettata di non morti nella nuova Definitive Collection, un’edizione che porta Dead Island e Dead Island: Riptide sulle console di nuova generazione, accompagnandoli tra l’altro con un piccolo extra che di certo piacerà ai giocatori con gusti un po’ vintage.

“Quando non ci sarà più posto all’inferno i morti cammineranno sulla Terra…”

Sicuramente è una frase che avrete ascoltato un milione di volte, ma anche se non è “nuova di pacca”, riassume sicuramente quanto si cela all’interno di questa famosissima saga fatta di cadaveri ambulanti e coraggiosi sopravvissuti. La trama dei primi due titoli della serie è piuttosto canonica se la osserviamo dal punto di vista delle storie in cui i non morti sono i principali protagonisti. In questo genere di racconti c’è sempre qualche errore dovuto ad un particolare esperimento scientifico, che per qualche ragione riuscirà a portare il mondo alla rovina. Mentre tutti sono allo sbando, tra la folla sempre meno numerosa e meno in vita, si ergono di solito un manipolo di eroi che per per qualche strana ragione o coincidenza non sembrano essere vulnerabili al virus che dilaga. Ed in effetti, se ci fermiamo un attimo a riflettere, basteranno pochi attimi per accorgerci che gli eventi che si generano prima e dopo il disastro sull’isola di Banoi sono proprio questi.

Nei locali dell’isola centinaia di persone cercano solo di divertirsi, lontani degli impegni e dallo stress lavorativo di tutti i giorni, ma non appena il relax sembra avere qualche beneficio, ecco che vengono fuori dei feroci non morti a rovinare la festa a tutti. Il virus si diffonde, le vittime aumentano, e le file dei non morti che vagano per le strade o per le spiagge si infoltiscono sempre di più. Solo quattro persone sembrano essere immuni al contagio di questo invisibile nemico (coincidenze, come si diceva prima), le uniche in grado di salvare da un tremendo destino tutti gli altri ospiti ancora in vita.

Entrambi i capitoli sono degli FPS più o meno classici con una controparte RPG a fare da contorno. Ma se vogliamo essere più precisi, sono degli sparatutto poco spara e molto tutto…

Quindi di cosa parliamo? Abbiamo un paradiso terrestre pieno di donne in bikini… Abbiamo un’apocalisse zombie in piena regola… E quindi abbiamo un’apocalisse zombie di donne in bikini?!?!?

Beh… No, non è proprio così, ed infatti essere a Banoi non è come in Onechanbara Z2: Chaos (per fortuna o sfortuna), ma chi conosce la serie in questione, probabilmente già lo sa. Ipotizziamo quindi che per certi versi sia quasi del tutto inutile parlare del gameplay del gioco, che ovviamente è condiviso da entrambi i titoli, ma ve ne diamo comunque un accenno onde evitare confusione. Tutti e due i capitoli sono degli FPS più o meno classici con una controparte RPG a fare da contorno. Ma se vogliamo essere più precisi, sono degli sparatutto poco spara e molto tutto, perché per la maggior parte del tempo le vostre armi saranno principalmente da corpo a corpo piuttosto che da fuoco.

Le armi, ad essere onesti, erano/sono praticamente il punto di forza del titolo, e possiamo considerarle il centro nevralgico della componente di crafting contenuta al suo interno, su cui poi gira effettivamente tutta la gestione dell’arsenale a disposizione dei protagonisti. Per il resto, tutto si basava su di un classico andirivieni tra la base temporanea ed il punto X in cui la missione corrente richiedeva di recarsi/controllare/recuperare qualcosa. E’ chiaramente una struttura di gioco già vista in passato, ed ha visibilmente qualcosa in comune con le attività presenti in titoli come Borderlands, solo con molti più zombie, meno pallottole e molto meno umorismo.

E’ chiaro quindi che nella trasposizione tra una generazione console e quella successiva non ci sono state assolutamente modifiche, e come è facile intuire, questa è quella che si definisce una vera e propria arma a doppio taglio. Ma del rovescio della medaglia parleremo in seguito, quando saremo costretti a tirare un po’ di somme sul nostro sanguinoso ritorno a Banoi.

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Se a questo punto però avete l’impressione che vi manchi “qualche puntata precedente”, potete trovare le informazioni che vi servono nelle nostre vecchie recensioni di Dead Island e Dead Island: Riptide. Se invece avete già abbondantemente bazzicato per questi pontili pieni di cadaveri, sarete a conoscenza del fatto che parlare del primo Dead Island e del suo seguito Riptide, alla fine è come parlare dello stesso gioco.

Già all’epoca infatti vi avevamo fatto notare che Riptide proseguiva la trama esattamente da dove terminava il primo titolo, e che quindi in realtà non era altro che da considerare come un more of the same, di buonissima fattura s’intende, ma pur sempre un more of the same. Entrambi inoltre condividevano sfortunatamente anche le stesse problematiche tecniche, come per esempio le compenetrazioni tra i corpi piuttosto visibili, sia tra quelli in movimento che tra quelli rigorosamente inamovibili (chiediamo venia, ma la valigia che attraversa il pianale del veicolo su cui è appoggiata ci è rimasta decisamente troppo impressa ndr).

Certo, non possiamo di sicuro dire che il panorama già apprezzato nella versione originale dei titoli non sia stato “avvicinato” alla nuova generazione, ma è chiaramente visibile che un livello ancora maggiore poteva essere raggiunto. Gli interventi di upgrade evidentemente sono stati rivolti solo alla sezione delle texture, lasciando invece quasi invariata la qualità poligonale dei modelli. Idem con patate le animazioni ed i movimenti, che restano legate ad una qualità ed un livello appartenente a troppi anni orsono.

Main quest, missioni secondarie ed i vai DLC rilasciati all’epoca e prontamente inclusi nel pacchetto, assicurano al giocatore una quantità spaventosa di ore di gioco

Indubbiamente, uno dei punti positivi della collection, è in primis quello di avere entrambi i titoli a disposizione; cosa che poi si traduce di conseguenza nel poter usufruire di una quantità spaventosa di ore di gioco. Tra main quest, missioni secondarie ed i vai DLC rilasciati all’epoca e prontamente inclusi nel pacchetto, di roba da fare ce ne sarà parecchia, come parecchi saranno gli zombi da dover fare letteralmente a pezzi nel nostro cammino. Sulla prima frase però, se dobbiamo essere sinceri, c’è da fare un piccolo appunto. Come avrete forse letto alcuni giorni fa, le due versioni tra le console di punta di questa generazione differiscono in un particolare: mentre su Xbox One i tre titoli sono tutti su di un unico disco, nella versione per PS4 invece (quella su cui per la cronaca è stato fatto il nostro test) è presente solo il primo Dead Island, e Riptide e Retro Revenge sono distribuiti in digitale riscattando il codice contenuto all’interno della confezione.

Oltre che a livello “logistico”, questa mossa ha un impatto non indifferente anche sul mercato dell’usato, in cui chiaramente chi vorrà rivendere il titolo retail per la console Sony, sarà consapevole di dar via una collection monca di più della metà dei contenuti previsti. Proseguendo oltre, abbiamo da presentarvi un’altra questione che ha due lati, uno bello ed uno brutto. Quello bello, è il fatto di poter importare il proprio personaggio quando si passa a giocare a Riptide, il brutto, è che però non si può far altrettanto con i personaggi usati nella generazione di console precedente. Alcuni di noi ci speravano, tra l’altro era una cosa che avevamo visto fare proprio nella già citata versione remastered di Borderlands, e sfortunatamente non è la sola “mancanza” che abbiamo avuto modo di riscontrare nel pacchetto.

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Ma arriviamo finalmente alla chicca in omaggio per coloro che decideranno di portarsi a casa questa putrescente collection, ovvero Dead Island Retro Revenge, una specie di beat’em up bidimensionale a scorrimento laterale decisamente in vecchio stile, in cui il protagonista, Max, si getta tra orde infinite di non morti per salvare il proprio gatto dalle grinfie di chi lo ha rapito. Non è comprensibile il motivo di tale gesto in tempi del genere, ma d’altro canto, nulla può fermare un metallaro grande e grosso dal portare in salvo il suo tenero gattino.

Dead Island Retro Revenge si rivela essere proprio una piccola sorpresa: l’avanzamento è automatico, come quello dei vecchi shoot’em up giusto per capirci, ed il tutto si svolge su tre file/corsie su cui incontreremo ostacoli fisici ed ovviamente non morti di vario tipo. Ci si potrà spostare in verticale, ed usare i differenti attacchi (normale, alto, basso, indietro) per eliminare o anche evitare i nemici che ci si presenteranno davanti. Con una buona serie di uccisioni, si caricherà la barra del super colpo, che farà immediatamente a pezzi tutti gli zombie al momento nel video, ed oltre a questo ci saranno anche power-up e bonus da recuperare all’interno di alcune casse sparse per le strada. Il loro contenuto sarà di breve durata, ma saprà darci man forte anche contro i non morti più resistenti. Vi avvisiamo, Dead Island Retro Revenge è uno di quei prodotti del demonio, che da un lato attenteranno alla vostra sanità mentale per via del grado di difficoltà leggermente alto, e dall’altro vi renderà schiavi partita dopo partita generando dipendenza non controllata.

Dead Island Retro Revenge è uno di quei prodotti del demonio, che da un lato attenteranno alla vostra sanità mentale per via del grado di difficoltà leggermente alto, e dall’altro vi renderà schiavi partita dopo partita generando dipendenza non controllata

Una cosa che non ricordavamo proprio benissimo, era invece quanto fosse apprezzabile il multiplayer. Giochi di questo tipo, intesi come quelli strutturati con elenchi di pseudo-missioni da portare a termine in giro per il mondo, risultano effettivamente molto più divertenti se giocati in compagnia. Il già citato Borderlands ne è un ottimo esempio, ma anche la serie Dead Island ha un suo bel perché. Sicuramente avere qualche compagno che ti para il fondoschiena da un gruppo di erranti che vogliono mangiarti le chiappe è una cosa molto comoda, e non c’è misantropia che tenga quando in gruppo ed armati fino ai denti ci si muove per andare a caccia di non morti. Tra l’altro, in questo frangente, il netcode pare non vacillare, risultando anzi piuttosto stabile ed in grado di reggere le sessioni di gioco senza scivolare in grossi problemi.

Delle varie problematiche ve ne abbiamo già abbondantemente parlato nelle righe precedenti, ma è anche doveroso segnalarvi che seppur in maniera sporadica, il titolo soffre un po’ i momenti più “affollati” a schermo, sviluppando quindi piccoli cali del framerate, ma che vista l’entità non possono essere considerati un preludio allo scandalo.Nulla è cambiato infine sul fronte della localizzazione, tutto è rimasto esattamente come nelle versioni originali, ovvero con il doppiaggio in inglese e con i testi in italiano (sottotitoli dei dialoghi inclusi ovviamente).

Conclusioni

Come si è soliti quando si ha a che fare con dei morti che risorgono dalla tomba, alla fine di tutto è sempre una buona cosa bruciare tutti i cadaveri, ma se dobbiamo essere sinceri non è qualcosa che in fin dei conti consiglieremo di fare con questa nuova collection. Dead Island Definitive Collection è in fin dei conti un titolo discreto, che racchiude due glorie della passata generazione di console e le mette a disposizione di chi è entrato nell’universo videoludico solo da pochissimo. Seppur visibili, gli sforzi per un completo restyling avrebbero necessitato qualche aggiustatina in più, oltre che qualche buona dose di olio di gomito per eliminare le problematiche tecniche delle vecchie versioni che sfortunatamente sono presenti anche qui. Tutto sommato però i titoli si lasciano giocare con tranquillità, meglio poi se in compagnia di qualche amico. Adorabile infine Dead Island Retro Revenge, che riporta un po’ i giocatori ai tempi dei cabinati e delle salette, sicuramente un bella aggiunta..

Il prezzo contenuto, poco meno di 40€ per tre giochi, è sicuramente una buona ragione per recuperare questa saga, soprattutto se ai tempi non le avete prestato la giusta attenzione. Altro discorso è invece l’essere già stati in vacanza con Sam B ed i suoi allegri compari, perché alla fine della fiera l’unica novità vera e propria resta solo Dead Island Retro Revenge, che da solo non può sostenere il peso dell’intera collection. Lasciamo quindi a voi veterani del lancio della chiave inglese l’ardua scelta dell’acquisto, ma ricordate che esiste sempre un biglietto per Banoi con il vostro nome sopra, doveste cambiare idea.