Yonder: The Cloud Catcher Chronicles – Recensione (Switch)

Yonder dove ti porta il cuore

Yonder: The Cloud Catcher Chronicles – Recensione (Switch)
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Quando si parla di avventura, di solito associamo questa sensazione all’esplorazione di luoghi misteriosi e a noi sconosciuti: qualcosa che offra intrinsecamente alla sua essenza un’esperienza nuova, inusuale ma entusiasmante. Il tema dell’avventura è parte integrante dei videogiochi, perché spesso ne è il motore principale, la miccia che da fuoco a tutto il resto.

Yonder: The Cloud Catcher Chronicles appartiene proprio a questo filone di esperienze, e lo fa fin dal primo momento volendo replicare parte del senso di meravigliosa scoperta di titoli come The Legend of Zelda Breath of the Wild, con una sezione introduttiva in una caverna che lascia spazio ad una gradevole vista panoramica del mondo di gioco. Dalla deliziosa nave che solca i mari e naufraga, reminiscente anch’essa di una vecchia avventura del leggendario Link, l’avventura di Yonder ha inizio, nella bucolica terra di Gemea. Un viaggio che inizia senza particolari giri di parole, perché nell’opera prima di Prideful Sloth il minimalismo sembra essere la chiave di lettura principale. Eccoci quindi ad esplorare la terra di Gemea, piagata da un misterioso male chiamato “Miasma” che rende la vita delle persone un po’ un sofferenza, tanto che il numero di abitanti del mondo è particolarmente basso e non ci sono nemici di sorta. Ecco quindi che Yonder scopre le carte e ci si rende conto che con The Legend of Zelda ha ben poco da spartire: niente dungeon, niente puzzle a delineare una progressione o a scandire progressi ottenuti nell’equipaggiamento, niente nemici tra cui farsi strada. Perché il piacere dell’avventura passa anche nel sapere di non essere in pericolo e di non poter morire, potendo quindi esplorare la (abbastanza) vasta mappa di gioco secondo i propri tempi ed il proprio gusto personale. Non a caso Yonder, nella lingua della regina, significa “là”: là dove si poggia lo sguardo o in questo caso, la telecamera di gioco, verso nuove mete e verso l’ignoto della scoperta.

Yonder recensione switch

Yonder è proprio questo, un titolo che fa dell’esplorazione “rilassante” la sua ragion d’essere, regalando scorci spesso magici che sembrano usciti da uno di quei bellissimi diorami giapponesi, per nulla realistici ma intrisi di carisma e colori sgargianti. Altro valore aggiunto è la portabilità di questa versione per Nintendo Switch, che è assolutamente perfetta per vivere di queste emozioni in piccole sessioni di gioco e ovunque voi siate. Ma Yonder purtroppo è anche solo questo: un titolo che si esplora e che si vive con una certa magia solo per qualche ora, perché una volta svanito l’impatto iniziale ci si ritrova a fare i conti con una generale pochezza di contenuti. Perché dopo aver creato il personaggio (scegliendo tra un maschio e una femmine e personalizzando i colori di viso, capelli e occhi) si viene portati con la bussola verso il villaggio più vicino, superando le prime missioni assegnateci dagli abitanti e scoprendo qualche retroscena sul miasma che ha colpito il mondo.

Yonder è proprio questo, un titolo che fa dell’esplorazione “rilassante” la sua ragion d’essere

Si ottiene il primo equipaggiamento: un’ascia per tagliare il legno e un piccone per distruggere le rocce, tutti elementi raccoglibili poi in giro per il mondo insieme a tanti altri materiali che ci permetteranno di risolvere le missioni, sbloccare la possibilità di coltivare piccoli tappezzamenti di terra e così via. Ma le missioni di “raccogli questo e fai quest’altro” alla lunga verranno a noia, perché quel che manca a Yonder è un minimo di profondità, ma anche di senso. L’equipaggiamento è limitato, e le ricompense mai realmente significative: perché allora sbattersi a destra e manca per un senso di appagamento praticamente inesistente? Il problema sta proprio qui, nell’eccessiva vuotezza degli elementi di gioco e di quegli aspetti che dovrebbero rendere gratificante l’esperienza, al di là della mera esplorazione “a sentimento”. Simpatica l’idea di un’economia basata sul baratto, anche se cozza con una gestione dell’equipaggiamento un po’ limitata, che obbliga ad una microgestione certosina per risolvere alcune delle missioni più “complesse” in termini di materiali richiesti. Ecco quindi che si vive per Gemea per ricostruire il mondo e liberarlo dal miasma, senza note epiche a raccontare le nostre gesta, ma con uno zainetto e la pace di una poesia di Pascoli nella tasca.

Conclusioni

Yonder: The Cloud Catcher Chronicles è un titolo pieno di carisma e fascino, bellissimo e rilassante. Nelle prime ore c’è la magia di guardarsi intorno e scoprire un mondo colorato e ignoto, un piccolo open world con una mappa ancora tutta da scoprire. Dopo qualche ora di gioco si deve scendere a patti con un mondo di gioco privo di personalità, con personaggi che sono gusci vuoti solo al servizio di missioni di raccolta che, fondamentalmente, non restituiscono fino in fondo il piacere di visitare un mondo ricolmo di scorci stupendi e animali buffi.

Yonder ha un gameplay limitato, e sebbene la sua mancanza di sfida possa sembrare una scelta di design interessante, dopo poco ci si accorge che non è proprio così, e che manca un vero obiettivo da raggiungere e un senso di progressione che motivi il gironzolare per la mappa. Perché anche l’occhio vuole la sua parte, vero, ma se poi è l’unica allora non ha poi molto senso.

Good

  • Direzione artistica deliziosa e bellissima
  • Rilassante e divertente da esplorare

Bad

  • Sistema di gioco privo di profondità
  • NPC e villaggi privi di personalità
  • Missioni blande e senza meccanismi di ricompensa significativi
6.5

Discreto

Inizia la sua carriera videoludica con un Game Boy e una cartuccia di Wario Land. Da allora non ha più smesso, e continua a perdere decimi all'occhio destro giocando a The Legend of Zelda e a qualsiasi titolo stuzzichi il suo (finissimo, a detta di molti) palato da videogiocatore. Quando non gioca si dedica al perfezionamento della sua imitazione di Joe Bastianich, senza disdegnare la compagnia di un buon film.

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