The Outer Worlds – Recensione

Ci sono cose che non si possono comprare, per tutto il resto c’è Microsoft. Ebbene, iniziare una recensione con una battuta così oscena e pure priva di senso mi sembra dovuto. Oggi parliamo di Obsidian, o meglio della sua ultima fatica: The Outer Worlds. Ma cosa c’entra Microsoft? Be’, tutto e niente.

Ad oggi la leggendaria compagnia che ha dato i natali a Fallout: New Vegas è stata acquistata dal colosso di Redmond, entrata a far parte delle fila di nuovi studi first party Xbox. Ma Obsidian Entertainment aveva un asso pronto ad essere calato ben prima di questa acquisizione, annunciato un po’ per scherzo e un po’ per sfottò verso Bethesda come seguito spirituale di New Vegas.

La storia di Obsidian è lunga e tortuosa, ma la loro maestria nello sviluppo di giochi di ruolo occidentali è indubbia. Sono spesso considerati dagli appassionati come i fratellini bislacchi e indipendenti di Bioware, visto il loro importante contributo al genere nel corso di anni e anni di onorata carriera.

The Outer Worlds arriva quindi da questi presupposti, probabilmente come l’ultimo lavoro indipendente (chissà?!) di Obsidian. Vabbè ma che ci frega, siamo qui a giudicare un nuovo titolo mica a piangere sull’inevitabile crisi capitalistica che rende le grandi corporazioni unico mezzo per finanziare la creatività.

The Outer Worlds recensione

Parlare di corporazioni è un ottimo modo per introdurre il bizzarro mondo di The Outer Worlds, ovvero il sistema solare di Alcione, lontano tanti anni luce dal nostro e colonizzato dagli esseri umani per farne una seconda casa. O meglio, questa era l’idea originaria perché qualcosa va storto e il cattivissimo “Consiglio” ha soggiogato l’intero sistema ad una macchina corporativista schiava del marketing e della burocrazia.

The Outer Worlds porta all’estremo una visione che abbiamo già in parte nel nostro immaginario, in quanto membri di una società. Immaginate di essere governati dalla Coca Cola, che vi dice che la sua bevanda vi fa dimagrire ma in realtà molto probabilmente vi fa solo morire e magari vomitare a fasi alterne. Gli abitanti di Lungacqua, una delle ambientazioni del gioco, sono obbligati a produrre e mangiare Saltonno, praticamente un surrogato del tonno che di tonno ha molto poco. Un po’ come le Pringles, però quelle almeno sono buone e nessuno vi obbliga a mangiarle (però di patate hanno ben poco, eh).

Che strano il mondo di The Outer Worlds, grottesco e sfacciato prende in giro elementi della nostra società e ce li sbatte in faccia con un ironia graffiante e una scrittura splendida. Tutti i personaggi che incontreremo nella colonia di Alcione sembrano stralunati e un po’ psicotici. Pensate, una guardia è stata disposta a farmi passare perché avrebbe perso troppo tempo a farmi una multa, troppi moduli. Ah, la burocrazia a volte ti salva la vita l’avreste mai detto?

The Outer Worlds è poco vario, ma è bello comunque

Ma la nostra avventura ad Alcione inizia un po’ per caso, risvegliati dal dottor Phineas da un sonno durato 70 anni a bordo della Speranza, una nave coloniale che avrebbe dovuto “rinfoltire” la popolazione di Alcione con alcune delle menti e delle persone più brillanti della Terra.

Dopo un semplice ma funzionale editor del personaggio, dove potremo selezionare aspetto e alcuni degli attributi di base (Corpo, Mente, Personalità), veniamo gettati fin da subito in questo pazzo viaggio. L’obiettivo? Tipo salvare Alcione: boh, scopritelo da voi, mica vi posso dire tutto. Per onestà intellettuale verso il lavoro di Obsidian, è bene chiarire fin da subito un aspetto fondamentale quando si inizia a far gravare su The Outer Worlds l’eredità di New Vegas.

No, The Outer Worlds non è un titolo che vi terrà impegnati per centinaia e centinaia di ore e non è nemmeno un open world. Potremmo definirlo un semi-open world, con ambientazioni sconnesse tra loro che variano per estensione, grandezza e varietà. Si accede alle differenti ambientazioni navigando con la nostra nave, l’Inaffidabile, per una mappa stellare che ci mostra i diversi pianeti (e non solo) che compongono il sistema di Alcione.

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The Outer Worlds è un GDR “piccolo”, con una durata variabile dalle 20 alle 50 ore, a seconda del vostro stile di gioco, delle missioni secondarie a cui vi dedicherete e alla difficoltà, disponibile anche in una modalità “Storia”, permettendo a chiunque di godere senza tanti problemi. La sua natura contenuta e piccola la dimostra anche in alcuni piccoli elementi che compongono il gameplay, con elementi come l’hacking o lo scassinamento relegati a semplici statistiche e senza un minigioco dedicato. Oppure alla poca varietà di nemici, armature ed armi, che spesso differiscono solo per elementi statistici o di colore.

Dove The Outer Worlds non scende a compromessi è nel gameplay e nelle meccaniche GDR. Come vi dicevo prima, le scelte effettuate nella creazione del personaggio influenzano alcuni dei suoi rami di crescita. Prediligere l’attributo Personalità ci fa partire infatti avvantaggiati con i parametri di Fascino e Temperamento, che influenzano le statistiche legate, ad esempio, alla Persuasione, alla Menzogna etc.

The Outer Worlds è proprio di un altro mondo

Ogni volta che saliremo di livello si avranno poi 10 punti da assegnare a varie abilità: Mischia, Difesa, Comunicazione ecc. The Outer Worlds si pone quindi come un GDR dove le statistiche e la specializzazione del personaggio possono fare realmente la differenza nel mondo di gioco. Non a caso, la rigiocabilità è piuttosto elevata, considerando le diverse scelte morali possibili e i finali multipli. Io, ad esempio, mi sono concentrato su un personaggio che avesse una bella parlantina, che riuscisse a sbrigliarsi da varie situazioni semplicemente parlando.

In questo senso, il gioco di Obsidian mi ha dato soddisfazioni incredibili: ho girato a mio favore tantissime situazioni affidandomi alla persuasione e alla menzogna, con dialoghi spesso esilaranti e geniali. Ma ciò non toglie che anche con un’arma da mischia o un fucile al plasma in mano, The Outer Worlds non sia divertente. Anzi, è divertentissimo.

Giocabile in prima persona come uno shooter, il feedback delle armi (sopratutto quelle più strane) è appagante e preciso, e la possibilità di rallentare il tempo (un po’ come Fallout) permette di colpire con più precisione alcuni punti, infliggere danni di stato o semplicemente veder volar via braccia e gambe. A rendere le cose più movimentate sono i Compagni, ben 5 reclutabili, che ci aiuteranno in combattimento anche attraverso delle mosse speciali piuttosto spettacolari (e tamarre).

Conclusioni

The Outer Worlds non può competere in termini quantitativi con il pesante bagaglio lasciato da New Vegas, è indubbio, ma è quanto di più vicino abbiamo mai avuto ad un suo seguito. Ha dei limiti, come la poca varietà dei nemici, dell’equipaggiamento e in generale di design dei mondi di gioco. Ma la nuova opera Obsidian è anche folle, scalmanata e divertente. Ha alcuni dei dialoghi più belli dell’anno, e riesce a trasportare il giocatore nella grottesca colonia di Alcione in un modo unico.

Sarà la direzione artistica ispiratissima (accostata a una resa grafica pregevole e piuttosto stabile), le ambientazioni folli e quell’umorismo dark da cartone animato anni ’50. Non lo so, The Outer Worlds è un grandioso GDR moderno, per tutti. Ma lo è senza rinunciare (quasi) a niente, anzi abbracciando alcuni dei lati migliori del genere e spingendo l’acceleratore su di essi: una scrittura eccellente, in primis. The Outer Worlds è proprio di un altro mondo, brava Obsidian.