Frozen 2: Il Segreto di Arendelle – Recensione

Pensavamo che i poteri di Elsa fossero troppo per lei... ora dobbiamo sperare che bastino

Frozen 2: Il Segreto di Arendelle – Recensione

I sequel, soprattutto di blockbuster dal grande successo, sono sempre un’operazione dovuta e assieme un grosso rischio: non capita di rado che si forzi la mano su storia e personaggi, andando a creare un film del quale non se ne sentiva il bisogno. Un pericolo che, tuttavia, Frozen 2: Il Segreto di Arendelle sembra aver corso in misura minore: sebbene infatti Anna ed Elsa avessero trovato un lieto fine alle loro avventure, c’era ancora un interrogativo – il più importante – a non aver trovato una risposta. Da dove derivano i poteri di Elsa?

Se ci pensate, il primo film si risolve attorno al bisogno della futura regina di accettare se stessa, la sua natura, e soprattutto far capire agli altri che essere chi è non la rende un mostro; un concetto, quello della diversità, molto caro a Disney che ci tiene a sottolineare come spesso il giudizio altrui pesi sulla coscienza e i sentimenti di chi viene indicato come “altro”. Era la paura a rendere Elsa una sorta di involontario pericolo, a impedirle di controllare i propri poteri e comprendere che un dono, soprattutto uno soprannaturale come il suo, non nasce per fare del male: dipende dall’utilizzo che si sceglie di farne. Dopo aver sconfitto Hans (delle Isole del Sud) e accettato se stessa, Elsa sale infine sul trono di Arendelle alla luce del sole ma nonostante il regno stia prosperando di nuovo c’è qualcosa che ancora la spaventa – un peso che le grava sulle spalle fin da bambina.

Questo bisogno di comprendersi, di dissipare quel dubbio che la divora senza sosta, è il perno attorno al quale ruota il secondo capitolo che ancora una volta, dunque, mette Elsa al centro di tutto. Anna, Kristoff, Sven e Olaf sono di nuovo comprimari dal rimarcato spessore ma è sempre la storia di Elsa a essere raccontata, lungo un percorso che la porta a svelare i segreti della sua famiglia; segreti creduti persi nel tempo e che, per definizione, a volte sarebbe meglio non portare alla luce ma dai quali al tempo stesso dipende il futuro di tutti.

Frozen 2 si attesta come un sequel più maturo, più profondo che tuttavia non abbandona le sfumature umoristiche intrinseche dei personaggi: la bizzarria inopportuna di Olaf, che questa volta si fa portatore di riflessioni degne di un pensatore greco; gli “aspetta che?” di Anna, assieme alla sua beata ingenuità quando si tratta di questioni d’amore; la goffaggine di Kristoff, più bravo forse nei fatti che con le parole. Troviamo i tratti che li hanno definiti nel primo capitolo ma li scopriamo soprattutto molto adulti e consapevoli, capaci di mettere da parte l’io per seguire senza indugio Elsa in un viaggio dal quale potrebbero addirittura non tornare.

Il rapporto tra le due sorelle, il testardo sacrificio a cui entrambe sono disposte per proteggersi, è un fuoco che brucia sotto la cenere lungo il corso del film per poi esplodere nell’ultimo atto, dove screzi e dissapori cedono il posto alla fiducia incondizionata – lo faremo insieme, diceva Anna all’inizio del film, una promessa e un atto d’amore che tanto racconta del suo legame con Elsa. Va ben oltre il semplice sangue, perché Anna è stata custode del segreto di sua sorella da sempre, l’ha vista crescere tormentata da poteri che ha vissuto come una maledizione, ha rischiato la vita per lei e a dispetto dell’incertezza sul futuro, comprende l’urgenza di sapere.

Nel mezzo Kristoff, le cui buone intenzioni vengono spesso messe in ombra dagli eventi e da una rimarcata insensibilità ai registri e all’opportunità stessa da parte di Anna, sballottato a destra e sinistra senza mai una spiegazione eppure nonostante tutto sempre lì, pronto a offrire tutto se stesso per la sua famiglia e per Anna, perché “il mio amore non è così fragile”. Un cavaliere senza macchia e senza paura (o forse c’è ma la nasconde bene), in groppa non a un bianco e splendente destriero bensì a una sicuramente meno elegante renna, un principe senza corona né titolo a cui non serve il bacio del vero amore per conquistare la sua principessa.

A fare da spalla – comica e non – ci sono gli immancabili Olaf e Sven, entrambi radicati alla caratterizzazione originale ma, in particolare il nostro pupazzo di neve preferito, evoluti per certi aspetti, in grado di scivolare dal faceto al serio con scioltezza e riuscendo persino a rubarci una smorfia commossa, non soltanto divertita.

Frozen 2 non si limita però a riciclare il vecchio cast: si fa portatore di moltissimi nuovi personaggi, tutti naturalmente coinvolti nelle vicende che fanno da base all’intero film: abbiamo gli abitanti della Foresta Incantata, persone in stretta comunione con la natura, e alcuni soldati di Arendelle che sembrano non far parte di questo tempo… ma soprattutto, ci sono gli spiriti elementali ed è qui che Disney brilla in particolar modo – sfoggiando un comparto tecnico e un’animazione sopra le righe, affascinanti e incredibilmente curate. Restiamo a bocca aperta di fronte all’imponenza dei Giganti della Terra, sorridiamo nel sentirci stuzzicati dal vento giocoso di Zefiro pur essendo seduti nella sala di un cinema, ci sciogliamo dalla tenerezza di fronte alla piccola salamandra Bruni (per certo in prima linea sul prossimo merchandise Disney) e tremiamo al pensiero di come avremmo reagito noi davanti alla furia del Nokk, lo spirito acquatico basato sul folklore nordico che molti di voi ricorderanno o assoceranno alla spettacolare sequenza d’apertura del teaser trailer di Frozen 2.

Rispetto al primo capitolo, questo sequel è molto più ricco d’azione ma soprattutto di colori e sfumature, ha permesso al team di sviluppo diversi approcci e sperimentazioni per restituirci infine una pellicola che sappia accattivare sotto il profilo narrativo mentre lascia a bocca aperta su quello artistico. Un plauso anche alla colonna sonora, superiore alla precedente nonostante brani come “Let it Go” possano essere intramontabili. A proposito di canzoni, Disney vi si appoggia parecchio anche in questo caso dando a Frozen 2 un tono musical forse più marcato del precedente ma pare farlo con ironica consapevolezza, almeno a giudicare da una specifica interpretazione di Kristoff che pur struggente sembra direttamente uscita da una clip anni ’90.

Nel complesso, Frozen 2 è un ottimo sequel, uno dei pochi che occupa il suo posto senza sentirsi forzato unicamente da necessità di marketing. Aveva delle risposte da dare e lo fa senza perdersi via, tratteggia i nuovi personaggi dando loro il giusto spazio ed evitando di eccedere: rimane la storia di Elsa e in quanto tale è lei in primo piano, una regina più fragile del ghiaccio che domina, ancora in cerca della propria identità e del suo posto nel mondo. Frozen 2 è un film sull’empowerment, sulla forza e il coraggio di trascendere le proprie paure imparando anche ad affidarsi agli altri, sul valore della famiglia ma anche la necessità di metterla in discussione quando fino a un attimo prima la si ergeva sul piedistallo di una perfetta idealizzazione. Elsa non deve dimostrare a qualcuno, solo a se stessa e, spesso, lo scoglio più difficile da superare siamo proprio noi.

 

Cresciuta negli anni ’90 con un Game Boy e un Nintendo 64, è poi diventata ancora bambina un’adepta Sony a tempo pieno, ma appena può si dedica anche ad altre console. Da Metal Gear ha imparato l’approccio stealth, che applica anche alla vita reale riducendo al minimo la sua socialità; quando non è impegnata a nascondersi in una scatola di cartone e pretendere di passare inosservata, però, chiacchiera volentieri di qualsiasi cosa. Videogiochi in testa, ovviamente. E quando non parla, scrive o gioca, legge principalmente romanzi gialli.

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