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The Forest – Recensione

Quanto a lungo saprete sopravvivere?

The Forest – Recensione
The Forest – Recensione

Come unico superstite di un incidente aereo, ti risvegli in ​​una misteriosa foresta con l'unico obiettivo di trovare tuo figlio: lotta e sopravvivi a una feroce tribù di cannibali, costruisci, esplora, resta vivo in ​​questo terrificante survival horror in prima persona.

Data di Uscita:Genere:Sviluppatore:Editore:Versione Testata:

Endlight Games ha fatto qualcosa che difficilmente si sarebbe creduto possibile. In un genere così pesantemente saturo come i survival in prima persona, soprattutto con sfumature horror, è raro trovare esperienze di sopravvivenza uniche e coinvolgenti nel 2018. The Forest non si preoccupa affatto di sembrare sempre la solita minestra, all’inizio, ma è quando avrete imparato ad investirvi il vostro tempo esplorandone i sistemi che rivelerà la sua vera natura – mutando in qualcosa di terrificante eppure al tempo stesso affascinante. Dopo aver consumato le stagioni di Lost negli anni passati potreste pensare di aver imparato tutto sulla sopravvivenza, sentendovi più che pronti ad affrontare qualunque difficoltà un gioco di questo calibro possa scagliarvi contro – su PlayStation 4, specifichiamo, perché su PC The Forest ha già fatto il suo ottimo debutto qualche mese fa. Qualsiasi possa essere la vostra preparazione, ad ogni modo, aspettatevi una rapida disillusione perché lo sconfinato paesaggio del gioco Endlight Games non si riduce a una passeggiata difficoltosa mordicchiando qualche fungo o radice qua e là: si tratta di una straordinaria esperienza di sopravvivenza che, in particolare se siete accompagnati da un po’ di sfortuna, può rivelarsi incredibilmente brutale in termini di difficoltà.

Come dicevamo, The Forest è un gioco che gli appassionati di survival horror hanno tenuto d’occhio per lungo tempo: ha speso gli ultimi tre anni in accesso anticipato su Steam fino a una definitiva pubblicazione nell’aprile 2018 e, a distanza di mesi, anche su PS4. Poiché il team di sviluppo è sempre alla ricerca di innovazione e adattamento, hanno iniziato a lavorare su una versione VR di The Forest – per il momento compatibile con Oculus Rift ma nulla vieta che in futuro anche PlayStation VR possa beneficiarne. Per il momento concentriamoci però sull’orrore a distanza, al sicuro sullo schermo del nostro televisore; perché al netto di qualche innegabile difetto, The Forest è un’esperienza dalla quale dovreste senza dubbio lasciarvi coinvolgere.

Inizia tutto in modo piuttosto banale. Un breve filmato introduttivo dell’aereo dove Eric Leblanc (voi) e suo figlio Timmy stanno viaggiando, prima di trovarsi coinvolti in una tempesta che abbatterà il velivolo causando un terribile incidente, porta alla vostra attenzione il fatto di trovarvi su un’isola misteriosa; dopo aver assistito impotenti al rapimento di Timmy per mano di un uomo altrettanto misterioso, perderete ancora una volta i sensi e vi risveglierete soli – unici sopravvissuti di un disastro che sembra non aver lasciato superstiti. Eppure non c’è traccia di un cadavere a eccezione di uno: una hostess colpita a morte da una rudimentale accetta, che estrarrete dal suo torace ricavando la vostra prima arma e utensile in generale del gioco. Questo gesto, il recuperare l’ascia dal suo corpo per poi lasciare il relitto dell’aereo, diventa ben presto alla stregua di un Giorno della Marmotta: vi troverete a ripeterlo diverse volte a causa degli inevitabili decessi cui andrete incontro prima di poter salvare la partita – operazione possibile solamente dentro un rifugio, legata dunque all’accumulo di risorse – e sperimenterete l’intero spettro emotivo a riguardo.

All’inizio ci sarà una sorta di dispiacere nei suoi confronti, per il destino che l’ha attesa e il fatto che andrete a utilizzare proprio l’oggetto che l’ha uccisa; tocca poi al risentimento dovuto al fatto di morire in continuazione e trovarsi sempre lì, in quell’aereo dove tutto è cominciato e sembra destinato a ripetersi. Il fallimento vi spingerà a vedere quel corpo ancora e ancora fin quando relegherete la sua presenza in un angolo della mente, deumanizzando l’hostess fino a non provare nulla nei suoi confronti e vederla solo come il primo, necessario passo verso la lunga strada della sopravvivenza. Dato lo sviluppo della storia, un processo molto sensato.

The Forest è una straordinaria esperienza di sopravvivenza

Da questo punto di vista bisogna riconoscere merito al lavoro messo in atto da Endnight Games, che al netto di una comprensibile frustrazione porta lentamente il giocatore a non considerare più le vittime come tali quanto piuttosto a fare di loro dei segnali, una indicazione su cosa potrebbe attenderlo più avanti o nelle immediate vicinanze. La ricerca dei sopravvissuti che vi si pone come primo obiettivo una volta abbandonato l’aereo diventa ben presto una spunta sul vostro manuale di sopravvivenza, non più la necessità di sapere se ci sia qualcun altro come voi – un uomo o una donna alla mercé della natura e chi la abita con cui poter, eventualmente, fare squadra. Si esclude dalla missione qualunque cosa non riguardi la salvaguardia personale, portando alla luce un egoismo perfettamente umano.

La strada che siete chiamati a percorrere sembra non portare da nessuna parte, in un primo momento: il gioco non fa molto per guidarvi lungo i fili principali della sua storia. Oltre a stabilire un riparo e una rudimentale difesa di qualche tipo, il vostro unico piano è trovare Timmy. Non esiste alcuna tecnica narrativa che possa rendere il ragazzo una vera motivazione per voi – è solo un compito nebuloso in mezzo ad altri più pragmatici. The Forest si basa fortemente sull’idea di voler trovare vostro figlio in quanto tale, non esiste motivazione migliore o più grande; e di nuovo possiamo dire che funziona nel toccare le corde più umane del giocatore, perché a immedesimarsi in Eric diventa lampante che non serve alcuna ragione per voler salvare il figlio che gli è stato strappato via. Qualunque genitore al suo posto lo farebbe e il gioco vi mostrerà fin dove può arrivare un simile amore, scavalcando il confine di una morale che nella natura selvaggia non trova più posto.

Una volta scoperti luoghi di interesse, l’elenco delle cose da fare viene aggiornato con una richiesta di esplorazione: ciò che troverete in questi luoghi, come mappe, foto o disegni, va a sostituire quell’arco narrativo menzionato in precedenza. Si viene a conoscenza dell’isola e della sua storia, così come del futuro che aspetta voi e vostro figlio, attraverso l’esplorazione dei resti di chi è venuto prima di voi – e probabilmente non ha fatto più ritorno. È interessante scavare nel passato cercando di mettere insieme cosa possa essere accaduto alle persone che abitavano un tempo sull’isola ma al di là di ottenere qualche risorsa particolare, non gratifica molto.

Non occorre tanto tempo dopo aver abbandonato l’aereo per realizzare di non essere soli né al sicuro: la presenza del nemico è evidente dai totem e dai segni lasciati per marcare il territorio, il resto lo fanno le teste infilzate sulle picche o i corpi mutilati di alcuni sopravvissuti. La prima volta che abbiamo capito di essere prede è stato quando abbiamo raggiunto un lago per bere acqua potabile; dall’altra parte, su una sponda opposta, una figura curva e attorcigliata vagava minacciosamente, saltando da un albero all’altro come un novello Tarzan e facendosi sempre più pericolosamente vicino. Appariva e scompariva nel tempo di un battito di ciglia ma ormai sapevamo essere lì, complici i suoni inquietanti emessi, così ci siamo voltati, pronti a scappare. Alle nostre spalle, pronti e altrettanto spaventosi, ci aspettavano altri di quelli che abbiamo riconosciuto come indigeni. Non possiamo dire di esserci arresi senza combattere ma, e questo ammettiamo ci ha lasciati un po’ interdetti, abbiamo lottato con le unghie e con i denti sfruttando l’unica arma a nostra disposizione: l’accetta estratta dal corpo della hostess, che nonostante i numerosi fendenti portati alla testa di un singolo nemico – e avendogli peraltro strappato almeno un paio di denti – non è stata in grado di ucciderlo.

Considerato però che la prima “morte” cui andiamo incontro è in realtà un espediente per essere trascinati e abbandonati in una cupa rete di caverne dalle quali non sembra esserci uscita, è possibile che all’inizio i nemici non si possano uccidere; per contro però, essendo The Forest completamente libero nell’esplorazione, è una supposizione che non regge e ci ha lasciato riflettere sulla possibilità di una migliore taratura riguardo all’efficacia delle armi perché pur essendo rudimentale, si trattava comunque di un’ascia affilata in grado persino di abbattere alberi. Impossibile non riuscisse ad avere ragione di un essere umano senza alcuna protezione.

The Forest è un’esperienza che vi richiederà del tempo per abituarvi

Nel profondo, lo abbiamo già detto, The Forest è un survival horror e per rimanere vivi in questo angolo implacabile di mondo avete a vostra disposizione una vasta gamma di strumenti e tattiche: l’isola offre molte provviste per chi desidera esplorare a fondo il paesaggio, con uccelli selvatici e conigli che fungono da abbondante fonte di sostentamento – posto riusciate a catturarli. Gli stessi cespugli nelle macchie boschive si rivelano piuttosto generosi ma non lasciatevi trarre troppo facilmente in inganno perché, sebbene la maggior parte offra frutti commestibili, alcuni nascondono pericoli mortali e devono essere evitati. Fortunatamente il manuale che portate sempre con voi, per quanto a volte noioso da consultare, descrive le tecniche di base per la sopravvivenza e riporta suggerimenti utili per aumentare la probabilità di fuggire dall’isola vivi. Oltre alle linee guida sugli alimenti, potete trovare consigli su come accendere fuochi e costruire gli indispensabili rifugi in cui salvare la partita: tanto vi basta, nelle prime ore, per salvarvi la vita mentre lottate per affrontare un ambiente che non fa niente per facilitarvi il compito.

Seguendo la struttura delle recenti esperienze survival, è importante tenere d’occhio i vostri parametri: la fame, la sete, la salute e la sanità mentale hanno tutte bisogno di essere strettamente monitorate e mantenute a un livello costante, e mentre alcune delle vostre scelte sono in grado di ripristinare un intero indicatore, le conseguenze morali possono lasciare gravemente compromessa la vostra mente. Ad esempio, in situazioni estreme potreste non avere altra scelta che uccidere e mangiare la carne di quegli stessi cannibali che vi stanno cercando, placando sì la fame ma degradando la vostra sanità mentale. Inoltre, vista la scarsità in termini di risorse vere e proprie, il crafting è un aspetto essenziale senza il quale dovrete impegnarvi fino allo stremo per sopravvivere. La semplice ascia recuperata all’inizio può essere trasformata in un’arma più potente aggiungendo componenti per, ad esempio, causare danni da fuoco. Il sistema di creazione di per sé è semplicistico e permette di giocare molto con le sue sconfinate possibilità – alcune non sempre di facile intuizione. Oggetti base come le bottiglie possono essere trasformati in pericolosi cocktail molotov e una volta esplorata l’isola più a fondo potete creare oggetti più complessi come armature e trappole per difendervi meglio.

Fra tutte le soluzioni possibili per contrastare i cannibali o le creature da incubo che incontrerete lungo il percorso, il combattimento si rivela piuttosto limitante: non importa quale arma utilizziate, sembrerete sempre goffi. Forse i nemici si muovono troppo velocemente, o la vostra oscillazione è lenta, ma alla fine non sembra mai possibile trovarsi abbastanza vicini da colpire un nemico senza essere feriti a propria volta. In particolare i mostri che popolano l’isola sono molto resistenti, quindi non ci si sente mai abbastanza sicuri da correre il rischio. Le opzioni a distanza come arco o fionda mancano di un’interfaccia utente per mirare, rendendone l’uso incredibilmente frustrante e riducendo il successo a un misto di fortuna e tanta, troppa pratica. The Forest ricorda la linea di pensiero usata per difendere i primi giochi stealth come Tenchu: il combattimento corpo a corpo di Tenchu ​​era mal progettato, al punto da non renderlo un’opzione considerabile per il giocatore, rafforzando così la predominanza delle uccisioni stealth e il vantaggio derivato dal non essere individuati. Si può dire lo stesso per The Forest, il cui sistema di lotta corpo a corpo rende la presenza della trappole un’intercessione divina, mentre armi che non richiedono precisione come le bombe e le molotov sembrano pura ambrosia. Al contempo provoca però una dipendenza da uno stile di gioco eccessivamente passivo che pone un freno alla direttiva per cui occorre diventare a mano a mano più forti per esplorare con successo l’intera isola. Non dobbiamo scordarci che Timmy è ancora là fuori da qualche parte, in attesa del nostro arrivo.

Al di fuori del puro combattimento, alcune partite spesso soffrono il peso dei glitch. Può capitare più volte di essere attaccati attraverso i muri da cannibali che non ritengono i sessanta tronchi di legno usati per costruire il muro della capanna un ostacolo sufficiente. Accade più spesso quando un rifugio non è ancora interamente costruito ma a prescindere dalla situazione è fortemente ingiusto non poter sfruttare la protezione di un singolo muro solo perché manca tutta la struttura – soprattutto perché i nemici non aspettano certo i nostri comodi. Infine c’è una sorta di alternanza nel sistema di gioco che porta certi elementi a non essere spiegati a sufficienza: alcuni sono buoni e giocano il giusto ruolo nel far sì che The Forest vi porti ad imparare attraverso il consolidato prova e fallisci – ad esempio capire nella maniera più dura quali bacche siano commestibili e quali pozze d’acqua siano potabili. In altri casi però, certi silenzi suonano come una svista o semplicemente non necessari. Il manuale di sopravvivenza suggerisce un buon numero di rifugi da costruire ma non spiega mai, a fronte della diversa quantità e tipo di materiale necessario, quali siano le differenze in termini pratici. Perché, al di là di una maggiore durevolezza, dovrei preferire una cabina di guardia a una più semplice capanna di legno? Sicuramente c’è un motivo, eppure non viene mai reso noto, spingendoci a tentativi che troppe volte superano il limite del frustrante.

Conclusioni

The Forest è un’esperienza che vi richiederà del tempo per abituarvi. Tuttavia, una volta capito di poter fare qualunque cosa si voglia, finirete per godervelo e apprezzarlo. Il genere dei survival è così affollato che c’è ben poco terreno sul quale fiorire, ma The Forest ci è riuscito: sfruttando la complessa intelligenza artificiale nemica e sovvertendo le aspettative di quel genere di difficoltà che ci si può aspettare in natura, Endlight Games crea un nuovo filone thriller, sulla falsa riga del film The Descent. Con una maggiore rifinitura ed enfasi sul rendere tutti i sistemi più coerenti e intuitivi, a partire dal combattimento stesso, The Forest avrebbe potuto puntare ancora più in alto. Detto questo, c’è un motivo se ha venduto più di cinque milioni di copie. La focalizzazione sull’esecuzione di idee specifiche è ben ripagato e vale la pena aggirare le sue carenze per testare qualche partita – specifichiamo più di una perché il tasso di mortalità è altissimo.

Good

  • Sound design eccellente
  • Ottima e imprevedibile IA
  • Il crafting è semplificato
  • Co-op molto ben gestita

Bad

  • Combattimento corpo a corpo noioso
  • Nozioni importanti non sono spiegate
  • Qualche bug e glitch lungo il percorso
  • Consultare il manuale di sopravvivenza alla lunga stanca
  • La difficoltà si affida troppo alla fortuna
7.2

Niente male

Cresciuta negli anni ’90 con un Game Boy e un Nintendo 64, è poi diventata ancora bambina un’adepta Sony a tempo pieno, ma appena può si dedica anche ad altre console. Da Metal Gear ha imparato l’approccio stealth, che applica anche alla vita reale riducendo al minimo la sua socialità; quando non è impegnata a nascondersi in una scatola di cartone e pretendere di passare inosservata, però, chiacchiera volentieri di qualsiasi cosa. Videogiochi in testa, ovviamente. E quando non parla, scrive o gioca, legge principalmente romanzi gialli.

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