Okami HD – Recensione

Il mondo è una tela bianca, le nostre idee sono il pennello con cui dipingerla

Okami HD – Recensione
Okami HD – Recensione

Okami ci metterà nei panni della dea Amaterasu, che prendendo le sembianze di un lupo combatterà l'oscurità calata su Nippon ad opera del demone Orochi. Per farlo occorrerà sfruttare il potere divino dei pennelli, andati perduti nel tempo: un videogioco, dunque, ma soprattutto un bellissimo dipinto lungo il quale vivere un'avventura leggendaria.

Data di Uscita:Genere:Sviluppatore:Editore:Versione Testata:

Okami fu originariamente pubblicato nel 2007 in Europa per PlayStation 2 e il suo successo fu così grande da spingere a una riedizione per Wii nel 2008, per PlayStation 3 nel 2012 e infine per PlayStation 4, Xbox One e PC quest’anno. Fu sviluppato da Clover Studio, una delle punte di diamante di Capcom all’epoca, e nonostante venne poi chiuso per rinascere indipendente sotto il nome di Platinum Studio, Okami è rimasto nel tempo una delle opere migliori del team, assieme a Viewtiful Joe e alla serie God Hand. Qual è la ragione di una simile popolarità diffusa?

Cominciamo dalla storia. Okami racconta le vicende della dea Amaterasu (qui in forma di lupo) e Issun, un insetto che si proclama pittore itinerante e adora nascondersi nelle vesti degli spiriti guardiani – una in particolare. Un duo apparentemente improbabile con un compito vitale: sconfiggere i demoni. Ambientato nella mistica terra di Nippon, la coppia di artisti viaggerà lungo villaggi, città, montagne, campi e coste per scacciare l’oscurità e le emanazioni che stanno devastando le lande un tempo pacifiche. In quanto Dea del Sole, Amaterasu è stata invocata dallo spirito Sakuya con le proprie ultime forze per debellare la minaccia del demone a otto teste Orochi, prossimo a rinascere.

Molto tempo addietro, in un angolo di Nippon sorgeva il piccolo villaggio di Kamiki: gli abitanti erano felici, le strade pulite, nessun crimine veniva perpetrato, splendidi alberi di ciliegio lo circondavano ed era famoso per la sua imbattibile torta di ciliegie… oltre che per il sacrificio di giovani fanciulle. Il villaggio era infatti sotto il giogo di Orochi, il cui insaziabile appetito pretendeva di essere soddisfatto: ogni anno, una freccia dal piumaggio bianco si sarebbe conficcata nell’abitazione della sfortunata ragazza destinata al sacrificio, che entro una notte avrebbe raggiunto la Moon Cave, dimora di Orochi e altre nefaste creature. Lasciandosi divorare, avrebbe permesso al villaggio di sopravvivere un anno di più, in un circolo vizioso senza via d’uscita.

Un giorno, un lupo bianco si appostò fuori dal villaggio e iniziò a pattugliarne l’esterno durante la notte. Ritenuto una spia di Orochi, fu più volte affrontato dal guerriero più forte del villaggio, Nagi, senza tuttavia alcun successo: l’agilità del lupo vanificava la potenza di Nagi. I due continuarono a sfidarsi finché un anno l’implacabile freccia bianca decretò che sarebbe stata Nami, l’amore segreto del guerriero, la successiva vittima sacrificale. Furioso, Nagi raggiunse la caverna per sfidare personalmente lo stesso Orochi in uno scontro che durò tutto la notte e avrebbe portato alla morte dell’uomo, se il lupo (conosciuto come Shiranui) non fosse intervenuto in sua difesa sfruttando il potere dei pennelli divini. Sfortunatamente nemmeno le sue abilità poterono molto contro il demone e ben presto Shiranui collassò ferito a morte. Nagi si fece avanti ancora una volta e grazie al potere della luna che ne illuminò la spada, e decapitò Orochi ponendo fine alla sua minaccia. Shiranui perse la vita una volta riportato a Kamiki e gli abitanti, riconoscenti, eressero in suo onore una statua che continuarono a venerare negli anni a seguire.

Quello che vi abbiamo raccontato copre solo metà della sequenza introduttiva del gioco. Anche chi non ha avuto modo di provarlo fino adesso avrà capito come Okami si prende i suoi tempi narrativi che a volte, soprattutto nel panorama attuale dove siamo abituati a racconti più veloci e immediati, possono pesare soprattutto, considerata l’impossibilità di poter saltare o velocizzare i dialoghi. Va comunque detto che ogni singolo secondo del gioco merita di essere apprezzato per la cura riposta nel comparto artistico e per una narrazione che nonostante tutto riesce ad appassionare: una fiaba e assieme una leggenda che si intrecciano per dare vita a un’avventura indimenticabile fatta di inchiostro, pittura e della non troppo sottile irriverenza di Issun, perfetto nel proprio ruolo di spalla per Amaterasu.

Riallacciandoci all’introduzione di questa recensione, Orochi è stato liberato dal confinamento nel quale la spada di Nagi lo obbligava e non ha perso tempo a diffondere la propria malevolenza lungo tutta Nippon, servendosi all’occorrenza delle più disparate creature al suo servizio. Shiranui è dunque richiamato al suo ruolo di protettore ma è attualmente privo dei poteri: l’obiettivo è dunque ottenere di nuovo le abilità concesse dai pennelli divini e riportare la luce nelle terre – assieme a un po’ di colore. In senso generale, la trama compie un ottimo lavoro nel consegnare al giocatore piccoli obiettivi da portare a termine mano a mano che lo conduce verso qualcosa di più grande: è costante nel tenere vivo il tema principale del gioco ma riesce a sorprendere con piccoli colpi di scena mentre la trama si addensa fino a farci realizzare la portata di ciò che stiamo combattendo. Un aspetto che rappresenta forse la parte migiore del gioco, ovvero la capacità di condurre fino al limite solo per rivelare che c’è ancora molto sotto la superficie. Una narrazione che, senza esagerazioni, non si può fare a meno di amare. I personaggi sono tutti affascinanti e ben realizzati, pur non avendo alcun tipo di doppiaggio o animazione se si esclude un bizzarro movimento della testa ogni volta che parlano; nonostante possa apparire come una meccanica a tratti comica, non concorre in alcun modo ad abbassare il climax emotivo di Okami, fattore di cui il gioco è ricchissimo. Ci sono momenti estremamente emozionanti, strazianti e tristi che si alternano ad altrettanti la cui potenza è pari solo alla felicità che riescono a trasmettere: in particolare l’ultima sequenza, che concentra dentro di sé tutto quanto si è potuto sperimentare nel gioco fino ad allora, esplodendo in una battaglia finale in grado di commuovere persino durante il suo svolgimento e continuare attraverso l’intera sequenza conclusiva. In sintesi, Okami è emozione allo stato puro.

Okami è un’avventura indimenticabile, uno splendido intreccio di delicatezza e potenza

A rafforzare tema e narrativa interviene, come già accennato, lo stile artistico che ricorda quello calligrafico giapponese e, per caratteristiche, il sumi-e: la sobrietà e la spontaneità del tratto, che a differenza dello stile pittorico appena menzionato è rafforzato dall’uso dei colori, vanno direttamente a colpire la sensibilità dello spettatore, secondo concetto tale per cui un dipinto è “vivo” solamente se tutti i suoi componenti lo sono a loro volta. Tutto ciò ovviamente si presta alla perfezione nel dipingere il gioco come un’antica leggenda orientale, vissuta attraverso pennellate decise e al contempo fluide. L’arte però diventa parte integrante del gameplay, poiché è proprio attraverso l’uso dei pennelli che Amaterasu potrà avere ragione delle difficoltà e dei nemici che le sbarreranno la strada: ogni cosa può essere disegnata, sbloccata o richiamata nel gioco semplicemente grazie al disegno. Lo stile artistico è inoltre un valido indicatore per capire da cosa gli sviluppatori abbiano preso ispirazione per le creature che incontreremo durante la partita: dai più tradizionali demoni rossi e blu alla volpe a nove code, è tutto lì, alla portata di chi ha dimestichezza con il folklore giapponese – se così non fosse, potete comunque apprezzarne il design, unico ma al tempo stesso coerente con il mondo di gioco.

I pennelli di cui Amaterasu si servirà nella sua avventura le verranno offerti da altre divinità, che aspettavano il suo risveglio per tornare ad assisterla con i loro servigi. Si trovano in luoghi talmente disparati e impensabili che il senso della scoperta non viene mai meno: il pensiero di cosa andremo a ottenere è dominante nel momento in cui la luce si attenua, le stelle brillano e la leggera melodia di un flauto pervade l’aria, suggerendoci che siamo prossimi all’incontro con una di queste entità. Dopo un breve mini-gioco durante il quale ci sarà semplicemente richiesto di completare la costellazione correlata alla divinità in questione, ci si presenterà un breve filmato e la possibilità di testare la nuova abilità. Pennelli, colori, inchiostro… significa che in Okami non si combatte mai? Tranquilli, c’è spazio anche per questo.

Fra tutti i tratti distintivi del gioco, le meccaniche ricoprono invece un ruolo più tradizionale. Potremmo definire Okami come un titolo alla The Legend of Zelda: Ocarina of Time, ricco di azione e avventura: corri, salta, fatti strada in un bellissimo paesaggio 3D, trova tesori e segreti nascosti in tutto il mondo, esplora dungeon per risolvere enigmi mentre affronti le creature che li popolano. Tuttavia, nonostante i tratti familiari con il genere, Okami si è rivelato a suo tempo una ventata di aria fresca a causa della relativa scarsità di giochi simili. Alcuni franchise come la serie Ganbare Goemon! si sono addentrati lungo lo stesso percorso ma azione e avventura in 3D in quel periodo erano principalmente demandati a The Legend of Zelda e poco altro. Avere un potenziale concorrente di Link e compagni fu una sorta di rinfrescante stranezza, perché a dispetto di tutto, le meccaniche erano molto familiari agli appassionati del genere. Clover Studio, insomma, ha fatto il colpo senza cercare di riparare ciò che non era rotto in partenza. La vera differenza fra The Legend of Zelda e Okami, fatta eccezione per la componente artistica e l’uso dei pennelli di cui abbiamo già parlato, è che quest’ultimo separa il combattimento dall’esplorazione generale dell’ambiente: mentre si corre al di fuori dei dungeon, i nemici appaiono sotto forma di pennacchi violacei e una volta che vi entreremo a contatto l’area circostante verrà confinata per costringere ad affrontare i mostri al suo interno. È possibile uscire dalla zona, ma richiede più tempo di quello che occorrerebbe per eliminare tutte le creature. A onor del vero, non è completamente esatto dire che questo aspetto fosse innovativo: i titoli 3D di The Legend of Zelda non l’hanno mai presentato ma la sua seconda installazione su NES, Zelda II: The Adventure of Link, offriva un sistema molto simile per separare le due fasi di gioco. Questo ovviamente non toglie proprio niente alla riuscita bellezza di Okami.

Tutto quanto riportato sopra ci viene offerto ancora una volta in quest’ultima riedizione con supporto al 4K, che ci farà riscoprire (o scoprire, se non l’avete mai provato prima) il fascino di un titolo osannato dalla critica ma purtroppo rimasto nell’ombra dal punto di vista del pubblico. Okami è un’opera in movimento, fatta per essere osservata e poi giocata: tutto si fonde nello stile di un dipinto, con tratti più scuri che mettono in evidenza le forme permettendo al soggetto di distinguersi dalle delicate tonalità dell’acquerello. Uno sfondo minimalista ci permette di concentrare l’attenzione sul mondo che ci circonda e apprezzarlo per quanto ha da offrirci e le animazioni, impressionanti e fluide, danno vita a un’opera d’arte vivente permettendo ai personaggi di brillare di luce propria anche senza il supporto di un dialogo che, in ogni caso, risulta un perfetto contraltare alla componente visiva. L’arte si fonde così perfettamente con la trama, a sua volta radicata nella mitologia giapponese così bene e senza alcuno sforzo, che questo è uno dei casi in cui lo si deve riconoscere: la grafica dà un valore aggiunto all’esperienza.

Conclusioni

Okami è un gioco completo e immensamente divertente. È ricco di personaggi memorabili, supportato da una narrazione profonda che sa anch’essa essere divertente, uno stile artistico unico e una meccanica collaudata nel tempo che non si preoccupa di re-inventare la proverbiale ruota, preferendo al contrario applicarla a nuovi scenari e ambientazioni.

Una perla senza tempo, immortale nell’aspetto e nella forma che si svela al giocatore passo dopo passo esattamente come Amaterasu riporta i colori in un mondo precipitato nell’oscurità. Non abbiamo di fronte una remaster rivoluzionaria come è stata quella su PlayStation 3, senza contare la macchinosità di alcuni movimenti di camera e una mancata localizzazione che potrebbe tenere lontano chi l’inglese non lo mastica bene, tuttavia si tratta di un’occasione imperdibile per tutti i giocatori che non si sono ancora avvicinati alla sua bellezza.

Good

  • Direzione artistica d'eccezione
  • Colonna sonora meravigliosa
  • Il pennello non sente il peso degli anni
  • Emozionante sotto ogni aspetto

Bad

  • Telecamera ancora piuttosto goffa
  • Inizio del gioco particolarmente lento
9

Superbo

Cresciuta negli anni ’90 con un Game Boy e un Nintendo 64, è poi diventata ancora bambina un’adepta Sony a tempo pieno, ma appena può si dedica anche ad altre console. Da Metal Gear ha imparato l’approccio stealth, che applica anche alla vita reale riducendo al minimo la sua socialità; quando non è impegnata a nascondersi in una scatola di cartone e pretendere di passare inosservata, però, chiacchiera volentieri di qualsiasi cosa. Videogiochi in testa, ovviamente. E quando non parla, scrive o gioca, legge principalmente romanzi gialli.

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