Layers of Fear 2 – Recensione

Nave fantasma

Layers of Fear 2 – Recensione
Layers of Fear 2 – Recensione
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C’è qualcosa nei manichini che li rende il soggetto ideale per i videogiochi horror. Lo sguardo fisso, le pose innaturalmente rigide e la mimica perversa del comportamento umano li colloca di diritto nell’uncanny valley senza passare dal via. Come molti tropi del genere horror, queste inquietanti sagome sono strategicamente posizionate per innervosire i giocatori e suscitare uno spavento immediato sfruttando giochi di luce e non, oltre a farli trovare in punti prevedibili: alla fine di un corridoio, in un angolo poco illuminato, proprio dietro al giocatore. Eppure, nonostante la consapevolezza, la paura rimane sempre la stessa. Similmente, Layers Of Fear 2 sfrutta questi jump scare in abbondanza, proponendoci manichini in stanze isolate e contro mobili polverosi. Queste bizzarre figure sembrano seguire il personaggio principale ovunque egli vada, un attore torturato che cerca ispirazione per un ruolo prestigioso nel suo ultimo film.

Come il pittore tormentato dall’originale Layers Of Fear, vagherete in un luogo enorme ma inquietante, questa volta a bordo di una lussuosa nave da crociera. Come la precedente villa, serve da ambientazione per i recessi più oscuri della mente dell’attore, mentre i labirintici corridoi si snodano e si trasformano in inquietanti e macabre scene, confondendo il limite tra sogni febbrili, performance e realtà. Ogni atto di questo dramma interiore inizia con il protagonista che si sveglia nella sua cabina, indipendentemente da dove si trovasse l’attimo prima.

Il compito che vi viene affidato da una misteriosa voce è trovare il vostro personaggio interiore. Come raggiungere questo obiettivo non è dato sapere ma noterete che la parola “personaggio” si forma lettera dopo lettera su una lavagna nell’hub iniziale del gioco, come in un’inquietante partita all’impiccato. Un mistero che non può evitare di mettere curiosità e spingere a volerne sapere di più, a dispetto dell’immaginabile inferno che ci attende. Il proiettore nella stanza accanto a quella dove vi sveglierete ogni volta pare essere la chiave – o una delle chiavi – dietro questo viaggio nella follia e al contempo ogni bobina caricata rappresenta un passo ulteriore verso il baratro. Mano a mano che la storia proseguirà, quest’area diventerà sempre più inquietante quasi a voler specchiare il tormento interiore del protagonista. Se c’è dunque un particolare che funziona molto bene in Layers of Fear 2 è, come nel primo, l’imprevedibilità, ma in questo secondo capitolo è un po’ un’arma a doppio taglio nel suo tentativo di trasmettere la giusta atmosfera.

Ancora una volta in prima persona e interamente concentrato sull’esplorazione, il gioco si basa sulla claustrofobia e sul mistero che circonda questo tormentato attore per portare avanti la propria narrazione, sfruttando anche oggetti contestuali per aiutarci a capire cosa stia succedendo. In questo senso, nell’utilizzo di un’ambientazione isolata come il mare aperto, è quasi un peccato che gli sviluppatori abbiano deciso di non sfruttarla nel pieno delle potenzialità, preferendo gettarci subito in pasto ad allucinazioni tormentate anziché dare maggiore spazio a un luogo che – senza bisogno di piani ultraterreni – getta addosso al giocatore un senso di abbandono come pochi. Del resto, ritrovarsi da soli nel bel mezzo dell’oceano non offre molto spazio di manovra al di fuori di una lunga nuotata.

La narrazione di Layers of Fear 2 si presenta sfilacciata e poco coesa nelle singole parti

Ad ogni modo, essere scaraventati in realtà fuori dalla nostra comprensione, piene di arti smembrate e manichini senza volto è, ammettiamolo, terrificante, ma insignificante senza un valido contesto a reggerne la motivazione. Un inquietante narratore, nei panni dell’onnipresente regista, compare saltuariamente costringendoci a prendere decisioni morali pouttosto vaghe che influenzeranno il corso della storia. A dispetto di tutto ciò, l’antagonista e l’ambientazione non hanno abbastanza tempo per affermarsi, poiché Bloober ha preferito concentrare i livelli di immagini raccapriccianti anziché aggrapparsi a una narrazione coesa. Ogni capitolo rappresenta un tratto caratteriale del protagonista e ci aiuta a capire, approfondendole, le ragioni per cui siamo diventati così ossessionati.

Nel corso dell’esplorazione verrete messi di fronte a enigmi che vi chiederanno spesso di fermarvi a riflettere, indipendentemente che sia una soluzione su base matematica oppure la necessità di analizzare a fondo l’ambiente per trovare il dettaglio mancante. Sebbene lineare come esperienza, non ci sentiamo di chiedere di più perché gli enigmi ostacolano la progressione abbastanza a lungo da essere soddisfacenti senza per questo rallentare il corso della storia in modo eccessivo. È spesso spaventoso, tuttavia raramente abbastanza fantasioso da emergere tra altri esempi contemporanei di survival horror. La tavolozza di colori passerà al bianco e nero in una manciata di fasi per periodi prolungati: un trucco disorientante, sfruttato con intenzione mentre fuggite da orribili creature e vi tenete al riparo dai riflettori, pena il game over nel caso veniste catturati dal fascio di luce, ma a volte mancava di essere segnalato in maniera corretta portando per forza di cose a morti inaspettate e frustranti sulla lunga distanza. È una delle tante buone idee di Layers of Fear 2 sulle quali non si è capitalizzato abbastanza.

Al di là di questo, rimane il peccato di non aver lasciato abbastanza spazio alla nave di per sé, tagliando un’esplorazione che avrebbe potuto essere interessante soprattutto date le motivazioni per cui è lasciata letteralmente alla deriva. Nei panni di un attore rotto e in cerca di se stesso, sarebbe stato interessante lottare contro l’uomo dietro tutto il teatro al quale si è costretti a prendere parte – una sfida che avrebbe potuto finire con la resa o la rivalsa verso i desideri malati del regista, ma oltre a qualche vaga scelta menzionata in precedenza non c’è mai la sensazione di vero conflitto. Veniamo piuttosto scagliati in un abisso sempre più profondo di orrori e allucinazioni che metteranno alla prova la nostra sanità mentale, luoghi in un certo senso terribilmente belli da esplorare ma al contempo troppo lineari e non supportati da una storia qualitativamente a livello di Observer o l’originale Layers of Fear.

L’unico punto di vero interesse è dato dalle avventure di due bambini che ripecorriamo nel corso del gioco, all’apparenza impegnati in una messa in scena piratesca dietro cui però si celano i veri orrori che li attendono. Sfortunatamente, laddove i singoli elementi brillino nel proprio sviluppo, non riescono a mettere insieme una narrazione coesa e funzionale, dando la sensazione che Layers of Fear 2 sia piuttosto un passo indietro rispetto alle precedenti produzione di Bloober Team.

Conclusioni

La narrazione di Layers of Fear 2 si presenta sfilacciata e poco coesa nelle singole parti, complice anche un’eccessiva focalizzazione sulle realtà sovrannaturali nelle quali si trova a camminare il protagonista. L’eccessivo affidamento su quell’abisso di follia in cui lentamente precipitiamo soffoca un’ambientazione reale – la nave – che avrebbe potuto offrire molto in termini di sviluppo e profondità della storia.

Ne emerge così un titolo che vale comunque la pena di essere giocato, perché Bloober Team sa il fatto suo quando si tratta di produrre un’esperienza inquietante e macabra, ma di un passo indietro rispetto a precedenti titoli, tra cui l’originale Layers of Fear. Se cercate un’avventura coinvolgente e frammezzata da spaventi forse un po’ abusati ma sempre in grado di cogliere contropiede, allora è il titolo giusto per voi.

Good

  • Atmosfera spettrale ed efficace
  • Ottimi la narrazione e il doppiaggio
  • Gli spaventi colgono sempre nel segno

Bad

  • Poco fantasioso nelle ambientazioni
  • Raramente sfrutta il fattore isolamento
  • Un passo indietro rispetto ai progetti passati
7

Niente male

Cresciuta negli anni ’90 con un Game Boy e un Nintendo 64, è poi diventata ancora bambina un’adepta Sony a tempo pieno, ma appena può si dedica anche ad altre console. Da Metal Gear ha imparato l’approccio stealth, che applica anche alla vita reale riducendo al minimo la sua socialità; quando non è impegnata a nascondersi in una scatola di cartone e pretendere di passare inosservata, però, chiacchiera volentieri di qualsiasi cosa. Videogiochi in testa, ovviamente. E quando non parla, scrive o gioca, legge principalmente romanzi gialli.

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