Home Sweet Home – Recensione

Un'inquietante occasione sprecata

Home Sweet Home – Recensione
Home Sweet Home – Recensione

Home Sweet Home è un horror in prima persona basato su miti e credenze tailandesi. Il gameplay si concentra sulla narrazione e sulla furtività per evitare gli spiriti pericolosi che vi cercano mentre provate a dare un senso all'orrore di cui siete rimasti vittime.

Data di Uscita:Genere:Sviluppatore:Editore:Versione Testata:

Quando si tratta di giochi horror in realtà virtuale, pochi purtroppo riescono a essere veramente spaventosi, mirando piuttosto a qualche jump scare d’effetto (che tuttavia perde di mordente già dopo i primi) per poi concludersi velocemente. Preferiscono insomma concentrare il tutto per tutto sull’incutere paura senza davvero offrire qualcosa che possa essere definito spaventoso, ovvero la sensazione di terrore travolgente. È il caso di Home Sweet Home, che riesce però ad offrire una buona dose di spavento, e al contempo ci accompagna per tutta l’avventura con una sensazione di inquietudine crescente – l’ingrediente ideale perché questo horror tailandese destasse curiosità. Ma purtroppo il risultato finale non rispecchia le interessanti premesse.

Sviluppato da Yggdrazil Group, uno studio di effetti speciali thailandesi, Home Sweet Home è stato pubblicato l’anno scorso come titolo per PC non VR prima di ottenere un adattamento in tal senso: sebbene si possa giocare anche senza headset su PlayStation 4, lo stile di gioco in prima persona e la sua atmosfera ansiogena lo rendono comunque il titolo perfetto per non farvi dormire una o due notti, al netto di problemi però da non sottovalutare minimamente.

Home Sweet Home racconta la storia di Tim, un uomo che dopo una serata passata a bere si risveglia in un luogo che non riconosce. Non passa molto da quando inizia a esplorare lo strano edificio prima che fenomeni raccapriccianti inizino a manifestarsi. La paura nei videogiochi è sempre soggettiva ma se c’è una cosa da dire su questo titolo è che quando vuole sa essere davvero spaventoso: lo studio di sviluppo ha posto una grande attenzione all’atmosfera, con il paesaggio sonoro e l’illuminazione quali aspetti fondamentali per restituire al giocatore la costante sensazione di non essere solo. Girare in un edificio in rovina ascoltando sussurri lontani e guidati solo da rare fonti di illuminazione è un buon deterrente contro il voler fare le cose di corsa. Tuttavia, Home Sweet Home troppo spesso cade nella trappola del jumpscare per capitalizzare questa atmosfera opprimente – e pur non essendoci niente di sbagliato nel metterlo in atto, il problema è che il gioco non offre molto altro divetando particolarmente prevedibile nel giro di un’ora. Lascia un senso di amaro in bocca vedere ambientazione e atmosfera sprecate con tanta semplicità.

Home Sweet Home è piuttosto semplicistico per quanto riguarda il gameplay. Troverete le chiavi o gli oggetti necessari a proseguire, cercherete di aggirare gli spiriti passando inosservati e risolverete qualche enigma qua e là. Una struttura piuttosto familiare per questo genere di titoli e alla quale Home Sweet Home non aggiunge nulla di nuovo. Ciò con cui possiamo interagire è evidenziato a mano a mano che vi ci si avvicina oggetti con cui è possibile interagire sono evidenziati man mano che ci si avvicina a loro e passerete molto tempo a sbattere contro scaffali o scrivanie alla ricerca di qualcosa da prendere. Non c’è modo di difendervi dai nemici, pertanto il basso profilo non è solo la scelta più indicata ma anche l’unica: nel caso veniste notati, dovete essere veloci a nascondervi in vasi di terracotta giganti (c’è poco da fare gli schizzinosi quando è in gioco la nostra vita), armadietti sparsi qua e là e in generale qualunque nascondiglio a portata dietro il quale restare finché la via non è di nuovo libera. L’interazione funziona piuttosto bene ma la logica che guida questi momenti di sopravvivenza è quantomai restrittiva e vi capiterà spesso di imbattervi in porte che non si aprono o vicoli ciechi dove nonostante gli ingressi a disposizione non se ne aprirà nemmeno uno. Una forma di trial and error da cui si può essere messi sotto pressione le prime volte ma che a lungo andare annoia.

Home Sweet Home è un titolo che sarebbe potuto andare bene nel 2010

Gli enigmi sono molto facili e la maggior parte richiede di spostarsi qua e là nel livello alla ricerca dei giusti oggetti per proseguire, mentre altri (pochi purtroppo) si basano più sull’osservazione e l’interazione ambientale per spingervi a un maggior lavoro di deduzione. Tuttavia, alcuni sono sviluppati in modo incredibilmente scadente e hanno soluzioni tanto ottuse da chiedersi se gli sviluppatori volevano davvero far trovare la soluzione. Un esempio fra i tanti è un enigma all’apparenza semplice verso metà gioco: Tim trova un’illustrazione molto semplice in cui sono scritti tre numeri. Il gioco si aspetta che otteniate un codice da questo disegno, senza però spiegarvi il modo corretto per procedere – o anche solo darvi un’indicazione a riguardo – e soltanto dopo numerosi tentativi si capisce di dover leggere tutto capovolto, da sinistra verso destra scegliendo il numero opposto rispetto a quello indicato. Indipendentemente dal fatto che qualcosa sia andato perso nella traduzione, è un disastro su tutta la linea e nemmeno è l’unico esempio di enigma mal gestito nel corso dell’avventura.

Visivamente, Home Sweet Home non brilla per qualità: essendo un titolo compatibile con la realtà virtuale, l’interfaccia utente e i testi sono fatti su misura ma giocando senza headset non c’è alcun adattamento, lasciando una sensazione ingombrante. Anche la grafica non regge bene: i pochi modelli di personaggi vanno dal passabile al pessimo nel peggiore dei casi. La spaventosa studentessa simbolo delle nostre paure ad andare in cucina a bere la notte, che nel gioco rappresenta la principale minaccia, sulla distanza rende bene ma nel momento in cui ci raggiunge per pugnalarci con il suo immancabile taglierino (ecco, in questo senso è perfettamente inquietante il suono continuo quando lo apre e lo chiude mentre vi sta cercando) la mancanza di qualità si fa evidente. La stessa moglie di Tim è diversa da quella ritratta nelle varie foto e la questione sarebbe esilarante se tuttavia non denotasse la mancanza di attenzione a riguardo. Gli ambienti stessi sono anche privi di ispirazione e dall’aspetto anonimo, con mobili e oggetti disseminati senza una logica. I locali di Home Sweet Home non danno l’impressione di essere veri spazi vissuti quanto piuttosto labirinti progettati attorno alla figura spettrale che non vi lascerà tregua.

Conclusioni

Anche a causa di alcuni glitch, Home Sweet Home è un’occasione mancata per lo studio di svluppo tailandese, che ha dimostrato una cura molto apprezzabile nel paesaggio sonoro e nell’atmosfera ma vanifica le poche cose buone di un titolo con del potenziale con enigmi spesso discutibili, un comparto grafico mediocre e un eccessivo affidamento su jumpscare e in generale spaventi facili – tutti prevedibili nel giro di un’ora.

La costruzione del mondo di gioco sembra ruotare tutta attorno al fantasma che ci perseguita, risultando in un accozzaglia di corridoi e luoghi piuttosto anonimi costruiti solamente con lo scopo di renderci la vita difficile senza però restituire l’idea che siano luoghi reali. Il gioco si finisce in breve tempo e al di là di alcune buone premesse non si può dire siano ore ben spese, persino se siete in cerca di un’avventura dallo spavento facile. Home Sweet Home è un titolo che sarebbe potuto andare bene nel 2010 ma oggi, con tantissimi altri a fare da concorrenti, è una goccia destinata a perdersi senza lasciare traccia.

Good

  • Atmosfera inquietante
  • Il sound design è ottimo
  • Qualche enigma impegnativo...

Bad

  • ... ma i restanti sono banali
  • Mancanza di indicazioni di sorta
  • Gli spaventi diventano prevedibili
  • Comparto grafico molto discutibile
  • Diversi bug rovinano l'esperienza
4.5

Brutto

Cresciuta negli anni ’90 con un Game Boy e un Nintendo 64, è poi diventata ancora bambina un’adepta Sony a tempo pieno, ma appena può si dedica anche ad altre console. Da Metal Gear ha imparato l’approccio stealth, che applica anche alla vita reale riducendo al minimo la sua socialità; quando non è impegnata a nascondersi in una scatola di cartone e pretendere di passare inosservata, però, chiacchiera volentieri di qualsiasi cosa. Videogiochi in testa, ovviamente. E quando non parla, scrive o gioca, legge principalmente romanzi gialli.

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