Toy Story 4 – Recensione

Pixar svela i suoi ultimi, incredibili assi nella manica per la saga

Toy Story 4 – Recensione

Parlare di Toy Story 4 significa parlare di due personaggi in particolare: Forky e Bo Peep. Scordatevi Woody (che comunque ha un certo ruolo nel complesso), dimenticatevi di Buzz Lightyear e persino dell’intera gang di giocattoli perché la loro presenza è marginale ai fini del film, soprattutto di ciò che vuole raccontare. Toy Story 4 è l’addio definitivo della saga dopo quasi venticinque anni al nostro fianco, un film che non mancherà di farvi ridere e piangere, di emozionarvi e spingervi a riflettere divenendo la somma del lavoro svolto finora da Pixar.

Partiamo da Forky. Lui è il nuovo arrivato, il giocattolo preferito della piccola Bonny nato da un po’ di spazzatura messa insieme alla bell’è meglio. Inizialmente confuso e convinto di essere – nemmeno poi a torto – appunto solo spazzatura, diventa la nuova responsabilità di Woody, caduto in una depressione che si trascina giorno dopo giorno ogni volta in cui Bonnie decide di lasciarlo nell’armadio a prendere polvere. Non ha più uno scopo per cui esistere, il nostro storico sceriffo, e mette tutto se stesso nella ricerca di qualcosa che lo faccia sentire “vivo”.

Le pressanti responsabilità che sente di avere nei confronti di Forky (e dunque, di riflesso, verso Bonnie) lo porteranno a ritrovare amici perduti, a compiere un percorso di autocritica e accettare evidenze che fino ad allora aveva voluto rifiutare. C’è un tempo per tenere la presa a tutti i costi e uno invece dove bisogna lasciarla andare: per Woody è infine arrivato quel momento ma tutti gli addii portano con sé una tristezza con cui è difficile confrontarsi. Lo pensavamo alla fine del terzo capitolo e quest’ultimo lo dimostra con altrettanta forza: dopo tanti anni non possiamo pretendere di più da questi fantastici giocattoli.

Non possiamo soprattutto perché il cerchio si chiude definitivamente con il ritorno di un giocattolo storico ma la cui assenza non è passata inosservata in Toy Story 3: Bo Peep, la dolce pastorella, è adesso l’emblema di quel “girl power” che in questo periodo sta toccando qualsiasi media. Questa volta, però, lo è nel modo giusto, senza forzature o stonature che hanno a volte afflitto alcuni personaggi femminili togliendo loro del potenziale. Con il suo carisma, la capacità di fronteggiare da sola ogni situazione ma soprattutto il non volersi dipingere come l’eroina della storia – accettando il supporto di tutti quei giocattoli che come lei sono smarriti – Bo Peep rappresenta ciò che forse molte bambine vorrebbero essere oggi: coraggiose e comprensive, forti e al tempo stesso fragili, di quella vulnerabilità nascosta che emerge solo quando l’affetto vince sulla ragione.

Un film che non mancherà di farvi ridere e piangere, di emozionarvi e spingervi a riflettere

A fare da contorno a quei drammi che persino dei giocattoli possono vivere, ci sono il dinamismo e la divertente frenesia che hanno sempre caratterizzato la serie: intelligente, senza fiato e mai maniacale solo per il gusto di tenere occupata l’attenzione, l’azione in Toy Story 4 è guidata dai personaggi e stimolata alla perfezione, forte di un ritmo che non perde mai mordente bilanciandosi perfettamente tra momenti più ragionati e altri invece liberi da ogni inibizione. L’energia che trasmette rende il film una rara testimonianza delle virtù della computer animation – una forma che troppo spesso viene sfruttata come mera scorciatoia – e serve a ricordarci che Toy Story è quanto di meglio si adatti allo stile di Pixar, più di qualunque altra cosa.

Toy Story 4 sfrutta il concetto del non aver alcuna ragione di esistere per mettere in scena un film dove, nonostante l’enfasi su Forky e Bo Peep, alla fine tutto si riconduce a Woody; perché è la sua storia, la sua esistenza, a dover trovare un senso e saranno proprio l’ingenuità di Forky assieme alla forza di Bo Peep a indicargli la giusta direzione da prendere.

Intelligente, brillante, emotivo e profondamente riflessivo, Toy Story 4 è la perfetta chiusura del cerchio

“Il mondo è pieno di bambini che hanno bisogno di un giocattolo” e nonostante Woody abbia sempre creduto – guidato da quella lealtà che lo rende il fantastico sceriffo che ha accompagnato la nostra infanzia – di essere al mondo solo per Andy e Bonnie, questa nuova, inaspettata avventura lo spingerà a compiere un passo indietro e rivalutare il proprio senso di giustizia per capire che non c’è nulla di male a lasciare la presa. Lui è stato creato con lo scopo di dare affetto ma al contempo è vivo grazie all’affetto che riceve a sua volta, e questo è un sentimento che qualsiasi bimbo è in grado di dargli.

Intelligente, brillante, emotivo e profondamente riflessivo, Toy Story 4 è la perfetta chiusura di un cerchio che già si credeva tracciato con il terzo capitolo. Non possiamo chiedere di più a Woody e i suoi amici, dopo tutto questo tempo: eravamo bambini quando li abbiamo incontrati per la prima volta e oggi siamo adulti consapevoli che tutti, prima o poi, devono dire il loro addio. Questo non significa dimenticarsi di chi ci ha portato fino a qui mano nella mano, ma riservare loro un posto nel nostro cuore.


Cresciuta negli anni ’90 con un Game Boy e un Nintendo 64, è poi diventata ancora bambina un’adepta Sony a tempo pieno, ma appena può si dedica anche ad altre console. Da Metal Gear ha imparato l’approccio stealth, che applica anche alla vita reale riducendo al minimo la sua socialità; quando non è impegnata a nascondersi in una scatola di cartone e pretendere di passare inosservata, però, chiacchiera volentieri di qualsiasi cosa. Videogiochi in testa, ovviamente. E quando non parla, scrive o gioca, legge principalmente romanzi gialli.

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