Love Death & Robots – Recensione

Ai confini dell'animazione

Love Death & Robots – Recensione

Le antologie per loro stessa natura possono essere incerte poiché vanno a creare una rete narrativa espansa che a sua volta andrà metaforicamente a lasciare dietro di sé dei buchi di cui i fan dovranno accontentarsi, non essendoci modo di riempirli. Con una tale varietà di storie, ognuna dovrebbe impegnarsi a fondo per lasciare un segno, specie oggi dove tutto sembra sempre già visto. Love, Death & Robots assolve appieno questa impresa consegnando un bellissimo quanto assurdo carnevale di nudità, sangue e divertimento, ma, cosa più importante, lascia emergere un nucleo avvincente e tragicamente umano.

Prodotto da Tim Miller e David Fincher, Love Death & Robots è un’antologia di 18 cortometraggi animati: si va da circa sei a quindici minuti ciascuno, e ogni storia è stata scritta e animata da team diversi, come diversi sono gli stili di animazione che rendono questa serie tanto speciale. Le narrazioni stesse si estendono da presupposti sopra le righe come la supremazia di uno yogurt sul mondo intero o un’app che permette di tornare indietro nel tempo per modificare determinati eventi e osservarne le conseguenze (ad esempio, lo sapevate che Hitler può morire ben sei volte e tutte nella medesima giornata?), fino ai racconti strazianti di chi si ritrova intrappolato ai confini dello spazio profondo.

Sebbene le storie siano molto diverse le une dalle altre, c’è un sottotesto altrettanto forte che le lega completamente: ciascun cortometraggio ha infatti un distinto elemento umano che lo mantiene radicato e centralizzato nonostante il mondo in continua evoluzione all’esterno. Questo è un tratto particolarmente d’impatto da avere nei cortometraggi altamente sperimentali come “The Witness” e “Fish Night”, che piegano il tessuto e le regole di una “realtà” tradizionale all’interno delle rispettive narrazioni, ma nel farlo mantengono comunque un legame nell’emozione dei loro personaggi principali.

C’è anche un senso tangibile di passione infuso in ognuna di queste brevi produzioni. Indipendentemente dal fatto che una particolare narrazione abbia una propria risonanza e i limiti imposti principalmente dal tempo, ognuna è ottimamente realizzata. Ciascun cortometraggio può essere visto come una meraviglia animata a sé stante, con alcuni quali “Beyond the Aquila Rift” e “Suits” che presentano grafica strabiliante e design fantastico.

Questa antologia animata è però trattenuta dalla sua presentazione generale. Data la natura casuale di ogni storia, non c’è alcun senso di direzione generale. Mentre “Sonnie’s Edge” fornisce l’introduzione perfetta in questa serie con la sua intensa storia di violenza sessuale – poiché dà l’idea dei contenuti indipendentemente che il resto sia nelle vostre corde – la serie nel complesso raramente corrisponde a questa intensità distinta.

Mancando di un ritmo tradizionale, questo fa sì che alcuni dei cortometraggi successivi siano carenti rispetto a quanto venuto prima. Anche così, Love Death & Robots fa sì che i suoi cortometraggi siano completi persino quando il suo pacchetto complessivo non colpisce del tutto nel segno; ogni episodio non è destinato a essere uno di una serie, bensì a lasciare la sua impronta al pubblico. Sotto tale aspetto, l’antologia eccelle senza dubbio.

La natura bella eppure tragica di una buona antologia è che, per quanto grande possa trovare una delle sue storie particolari, quando è finita, è finita. Un racconto breve magnificamente costruito vi lascerà con un senso di appagamento e desiderio – la sensazione che si sia appena sperimentato qualcosa di grande, di cui ti piacerebbe avere di più pur sapendo che non succederà mai. Ecco, questo è Love Death & Robots: un’antologia di alti e bassi e puro divertimento; una giostra carnevalesca così divertente in tutti i suoi eccessi che non potrete fare a meno di sentirvi svuotati quando sarà finita.


 

Cresciuta negli anni ’90 con un Game Boy e un Nintendo 64, è poi diventata ancora bambina un’adepta Sony a tempo pieno, ma appena può si dedica anche ad altre console. Da Metal Gear ha imparato l’approccio stealth, che applica anche alla vita reale riducendo al minimo la sua socialità; quando non è impegnata a nascondersi in una scatola di cartone e pretendere di passare inosservata, però, chiacchiera volentieri di qualsiasi cosa. Videogiochi in testa, ovviamente. E quando non parla, scrive o gioca, legge principalmente romanzi gialli.

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