Avengers: Infinity War – Recensione senza spoiler

La settima Gemma dell'Infinito.

Avengers: Infinity War – Recensione senza spoiler

È difficile parlare di Avengers: Infinity War senza scendere in un approfondimento che un’opera (perché sì, siamo di fronte a questo) come quella dei fratelli Russo merita. Per le medesime ragioni tuttavia, per il suo essere destinata a diventare un’icona indimenticabile del cinefumetto, è giusto portarle il rispetto che merita discutendone senza scendere nel più piccolo spoiler. La celebrazione migliore di questo film è la sua visione, perché il poco e limitato nero su bianco non può rendere l’idea di quello che dopo lunghe fatiche e ben dieci anni di universo cinematografico Marvel ci è stato presentato: una somma quasi perfetta di quanto vissuto dal 2008 a oggi. Quasi perché, lo sappiamo tutti, la perfezione non esiste ma Avengers: Infinity War vi si tende moltissimo dimostrando di aver raccolto tutto il buono delle precedenti produzioni e averle fuse assieme in due ore e mezza di azione, humor, sentimento ed emozioni. Un ritmo sempre sostenuto, che a volte non lascia respiro e altre strappa una risata liberatoria, quella di cui senti il bisogno dopo minuti di tensione ai quali sei sottoposto – chiedendoti sempre cosa potrebbe accadere poi, se le teorie che si sono costruite nei mesi di attesa avranno un fondamento oppure (con un sospiro di sollievo) si trattava solo di timori infondati.

L’apice del cinefumetto fino ad ora

Avengers: Infinity War chiude(rà) il cerchio aperto a suo tempo con Iron Man, ponendosi come base per un nuovo avvento dell’universo Marvel, ma qual è il suo tema portante? La resa dei conti? I buoni contro il cattivo in un’epica battaglia che poi in realtà è solo un assaggio della vera conclusione, attesa per il 2019? No, il punto chiave dell’intero film è l’ineluttabilità. Della morte? Forse, visto che siamo di fronte a Thanos e alla sua pianificata opera di distruzione, ma quello che i fratelli Russo hanno voluto mostrarci è che non basta vestire la lorica dell’eroe per esserlo e salvare la situazione; che non sempre le cose vanno come vorremmo soltanto perché lo desideriamo, o sarebbe giusto; che il bene trionfatore sul male è un concetto fallace tanto quanto l’assolutismo del bianco e del nero. Esistono le sfumature ed è di questo che vive Avengers: Infinity War. Il film ci mostra che dietro un simbolo c’è un uomo, con le sue forze e le due debolezze, che nemmeno un dio è immortale e persino la morte può cedere alle lacrime. Scava nei suoi personaggi, li mette a nudo a tal punto che lo stesso Thanos – un genocida per il quale sarebbe impensabile parteggiare – riesce a instillare in noi un senso di comprensione impossibile da scacciare. Non vorremmo ma finiamo per capire le sue intenzioni (ben diverso dal condividerle) e renderci infine conto che a muoverlo è la stessa fedeltà verso i propri ideali dietro la quale si trincerano anche gli Avengers: la differenza sta negli intenti ma per il resto quelle barriere che dividevano in modo netto il buono dal cattivo si assottigliano sempre di più. Si può quasi osare dire, e non sarebbe una esagerazione, che è Thanos il vero protagonista di questa prima parte. Sua è l’ascesa, lungo un climax in continuo crescendo destinato a esplodere in una memorabile sequenza finale che ci lascerà proprio come quegli sfortunati eroi che, forti di essere nel giusto, credevano di salvare il mondo: increduli e vuoti.

Il cruccio più grande, ovvero la comprensibile difficoltà di portare su schermo tutti questi supereroi senza far perdere loro la rispettiva caratterizzazione, viene letteralmente spazzato via di fronte all’incredibile bilanciamento reso possibile grazie alla guida precisa dei Russo e di Feige, con il supporto di James Gunn, Markus e McFeely. Un’alternanza di serietà e comicità mai pesante, sempre al momento giusto persino e soprattutto con quell’ilarità che a volte ha pesato troppo nelle produzioni Marvel: in particolare Thor, personaggio piuttosto frivolo in termini di caratterizzazione, brilla come nemmeno la stella di Nidavellir. Un cambiamento già percepibile in Thor: Ragnarok ma completamente svelato solo in Avengers: Infinity War. Ciascuno degli eroi raccontati finora viene riportato con la precisa natura che lo distingue e proprio per questo nascono a volte incomprensioni in un gruppo che non potrebbe essere più disomogeneo: umani, alieni e divinità sono divisi ma uniti non solo sul campo (le battaglie per la salvezza delle Gemme si svolgono un po’ ovunque) ma nelle loro stesse intenzioni. A monte c’è la volontà di fermare Thanos ma nel mezzo, lì dove stanno le sfumature, ciascuno lotta per le sue ragioni che purtroppo rischiano di avere la meglio su un bene più grande. La vera domanda è: cosa sei disposto a sacrificare per il tuo ideale? Tutto, risponderebbe Thanos.

Due ore e mezza di azione, humor, sentimento ed emozioni

Avengers: Infinity War è l’apice del cinefumetto fino ad ora. Un’opera dove si alternano forma e contenuto, un perfetto bilanciamento delle parti che solo in alcuni casi scivola verso situazioni un po’ parossistiche e forzate – imperfezioni che tuttavia non minano la bellezza complessiva di queste due ore e mezza, che scorrono come fossero la metà. C’è la somma di un decennio cinematografico Marvel e al contempo la base per un nuovo filone narrativo: è probabile che nel 2019 dovremo dire addio ad alcune icone ma crescita e maturazione dipendono anche da questo, dalla consapevolezza di quando farsi da parte. Se esistesse una settima Gemma dell’Infinito sarebbe Avengers: Infinity War. E i Russo ce l’hanno tesa sul palmo della mano.


 

Cresciuta negli anni ’90 con un Game Boy e un Nintendo 64, è poi diventata ancora bambina un’adepta Sony a tempo pieno, ma appena può si dedica anche ad altre console. Da Metal Gear ha imparato l’approccio stealth, che applica anche alla vita reale riducendo al minimo la sua socialità; quando non è impegnata a nascondersi in una scatola di cartone e pretendere di passare inosservata, però, chiacchiera volentieri di qualsiasi cosa. Videogiochi in testa, ovviamente. E quando non parla, scrive o gioca, legge principalmente romanzi gialli.

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