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Nelle Pieghe del Tempo – Recensione

Una storia che ha ancora molto da insegnare

Nelle Pieghe del Tempo – Recensione

Accetta te stesso per quello che sei, abbraccia i tuoi difetti e fanne la tua forza, solo così riuscirai a sconfiggere il male annidato nel tuo cuore. Per quanto fiabesco (dopotutto si sta parlando di una pellicola tratta da un romanzo fantascientifico), il messaggio trasmesso da “Nelle Pieghe del Tempo” è molto chiaro e la regista Ava DuVernay –13th e Selma – coglie nel segno con la sua rappresentazione di Meg, la protagonista imperfetta capace di dar voce a quelle ragazzine che spesso non si riconoscono nei personaggi portati su schermo. Il film racconta una vicenda surreale e lo fa in un tripudio di colori e computer grafica, con Oprah Winfrey nel ruolo di una glitterata Signora Quale: è una storia bonaria, non mondana, un po’ sgraziata e certo non un capolavoro ma godibile e generosa nello spirito. Non avevo mai sentito parlare prima del romanzo omonimo da cui è tratta, pubblicato nel 1962 e scritto da Madeleine L’Engle, neppure l’adattamento televisivo della Disney nel 2003 “Viaggio nel mondo che non c’è”, e questo si è rivelato un elemento cruciale.

Ho vissuto il film attraverso quella genuina curiosità con cui dovrebbe essere vissuto, cercando di vederlo con gli occhi di un bambino ma non potendo evitare di cogliere riferimenti che solo un adulto riuscirebbe a notare – perché “Nelle Pieghe del Tempo” porta un messaggio corale, rivolto a chiunque senza distinzioni e percepibile a diversi livelli di profondità. Mancandomi dunque quelle rivendicazioni tipiche di un appassionato, quei preconcetti su come la storia dovesse essere interpretata, l’ho visto come un racconto interessante, uno di quelli alla Roald Dahl senza però la tipica sfumatura cinica che distingue i suoi lavori. A livello tecnico, tuttavia, siamo di fronte a un film irregolare e privo di suspense, aspetti utilizzati per cercare di restituirci una connessione emozionale con i personaggi, che altrimenti non riuscirebbero a parlare davvero con noi, e chiudere grossi buchi di trama – senza peraltro riuscirci davvero.

Nelle Pieghe del Tempo è una storia godibile, non un capolavoro ma generosa nello spirito

Si può rimanere spaesati di fronte ai continui cambiamenti delle tre entità che accompagnano i protagonisti e il repentino passaggio da una zona all’altra potrebbe non dare il tempo necessario ad assimilarla completamente ma al di là del voler mostrare qualcosa di altro rispetto a noi, un intero universo dove il modo di sentire e comunicare supera qualsiasi barriera o limite imposto dalla razionalità, “Nelle Pieghe del Tempo” vuole spingerci nei panni di Meg (interpretata da Storm Reid, la Emily di “12 Anni Schiavo”) e nel suo percorso di crescita: un perfetto viaggio dell’eroe dall’inizio alla fine, volto alla ricerca del padre (Chris Pine), scienziato scomparso quattro anni prima degli eventi narrati proprio nel momento in cui sembrava aver fatto una scoperta rivoluzionaria in termini di spazio-tempo tramite l’uso del tesseratto – non tesseract, come abitualmente lo conosciamo – sebbene siano la stessa cosa. L’introduzione di questo termine, come del resto molti altri che Madeleine L’Engle ha sparso nel suo racconto, chiede al bambino di andare oltre un livello superficiale di lettura e sotto questo aspetto sia DuVernay sia la sceneggiatrice Jennifer Lee (“Frozen”) hanno dimostrato di attingere al materiale originale: hanno semplificato diversi aspetti per necessità imposte dal medium in uso, certo, ma non l’hanno fatto completamente. Meg resta quel personaggio un po’ nerd e frenato dalle sue stesse insicurezze, difetti che dovrà imparare e riconoscere e vincere se vorrà riuscire nell’impresa di salvare il padre. Per contro, dove Meg si dimostra comunque una ragazzina intelligente, il fratello minore adottivo Charles Wallace può essere paragonato a un genio, un prodigio il cui dono è ambito dall’entità maligna del film conosciuta come LuiIt, in inglese, un appellativo che precede di vent’anni il successo di Stephen King).

Du Vernay inserisce sottili ma forti richiami al potenziale rivoluzionario che questa storia ha mostrato cinquant’anni fa, al punto da spingere diverse istituzioni a bandire il libro. Vediamo Charles Wallace seduto sotto una foto di James Baldwin, mentre aspetta a scuola di essere ricevuto dal preside. Oppure, nel racconto originale la Signora Chi citava personaggi come Shakespeare, Dante ed Euripide, mentre nella versione cinematografica la regista ha optato anche per citazioni più moderne e vicine ai giovani di adesso come Lin-Manuel Miranda. Il film vorrebbe essere un piccolo inno a levarsi contro il cinismo, la corruzione e la crudeltà sfrenata ma nonostante questa lodevole intenzione, non manca di incoerenze evidenti. Parte del problema per produzioni come queste, adattate da vecchi romanzi che sono stati fonte d’ispirazione per altri autori nel corso dei decenni, è quanto indifferenti siano diventato il pubblico molto giovani a tutti quei tropi che al tempo di Madeleine L’Engle erano innovativi (l’eroina fantasy, l’entità oscura che minaccia di distruggere l’intero universo, l’amore per sconfiggere il male): questo spiegherebbe l’utilizzo indiscriminato e portato all’estremo di immagini potenti, dai colori forti e gli effetti speciali ricorrenti. Sfortunatamente questa scelta ha privato il pubblico dell’aspetto principale, il fulcro del romanzo Madeleine L’Engle: l’utilizzo della propria immaginazione. Tutto ci viene servito ne “Nelle Pieghe del Tempo”, sostituendo la potenzialità evocativa con l’immagine (il che è normale, trasponendo un’opera da letteraria a cinematografica) e qui il rischio è di soffocare le idee in favore di una celebrazione visiva troppo opprimente. Come ho detto, “Nelle Pieghe del Tempo” è lontano dall’essere perfetto e per chi conosce il romanzo originale potrebbe essere difficile da accettare, ma si sforza di trasmettere dei valori che si possono cogliere e soprattutto meritano di essere celebrati, anche a distanza di cinquantasei anni. Meno celebrativo dell’immagine e più del messaggio insito fra le sue pagine, fra le sue pieghe verrebbe da dire, e avrebbe colto nel segno le intenzioni dell’autrice.

 

Cresciuta negli anni ’90 con un Game Boy e un Nintendo 64, è poi diventata ancora bambina un’adepta Sony a tempo pieno, ma appena può si dedica anche ad altre console. Da Metal Gear ha imparato l’approccio stealth, che applica anche alla vita reale riducendo al minimo la sua socialità; quando non è impegnata a nascondersi in una scatola di cartone e pretendere di passare inosservata, però, chiacchiera volentieri di qualsiasi cosa. Videogiochi in testa, ovviamente. E quando non parla, scrive o gioca, legge principalmente romanzi gialli.

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