Hyper Light Drifter – Recensione

Hyper Light Drifter – Recensione

I dolori del giovane Drifter

È facile lasciare dietro di te una scia lunga chilometri di curiosità, interesse, e anche di ormai sempre più abusato “hype”, quando hai alle spalle un reparto marketing stracolmo di teste d’uovo laureate col massimo dei voti, abilissime nell’escogitare diaboliche strategie a base di vedo non vedo, di leak rotanti, di campagne pubblicitarie che tappezzano questa o quella capitale dell’industry videoludica.

Quando è però un team uscito dal nulla, al debutto, che con una sola, brillante e promettente proposta, a non solo a catalizzare su di sé l’attenzione, ma persino a ritrovarsi con circa 24 volte la somma inizialmente richiesta tramite l’amato/odiato Kickstarter (645.000$, contro i soli 27.000$ richiesti), quella, signori, è pura magia. A tre anni dall’approdo su una piattaforma (e una pratica), all’epoca ancora da acerba e del tutto da metabolizzare, la stessa che in seguito ha sdoganato il crowd-funding (con i suoi pro e contro), Hyper Light Drifter ha finalmente, è il caso di dirlo, visto la luce. E l’ha fatta vedere anche a me, che tanto a lungo l’ho atteso, nonostante temessi il peggio per il gioco (e per certi versi, il suo creatore).

Hyper Light Drifter

Piattaforma: PC, Mac, Linux (PS4 e Xbox One in arrivo)

Genere: Action/RPG

Sviluppatore: Heart Machine

Publisher: Heart Machine

Giocatori: 1

Online: Assente

Lingua: Completamente in inglese

Versione Testata: PC

Alex Preston, la mente dietro l’ambizioso progetto, ha messo anima e corpo nella sua creatura, e no, non lo sto dicendo a sproposito. Il talentuoso designer e artista, dopo anni di collaborazioni occasionali, ha raccolto tutte le sue mirabolanti idee e le ha chiuse in un unico, prezioso scrigno, complice il supporto (inaspettato?) dei fan. Lungi però dal considerarlo un miracolato: soffre infatti di una grave malattia congenita, una di quelle che ti fa apprezzare ancor di più gli scampoli di vita che riesci a gustare tra una pausa e l’altra dall’ospedale e dalle visite mediche, che ti porta a dare e dire tutto quel che hai da dare e dire prima che sia troppo tardi.

Il cuore malato del povero Alex è al centro della sua attività creativa: il suo studio si chiama “Heart Machine”; senza spoilerare nulla, nel gioco ne vedremo più di uno, di cuore, di varie dimensioni e forme; e il Drifter, il misticheggiante protagonista di questa sublime avventura, ci accoglie malato e sofferente, sputando sangue, in un mare di cadaveri, in un mondo devastato da chissà cosa. Una scena che vedremo in più occasioni, un dolore paralizzante, annichilente. È una chiara metafora della condizione del creatore di questo titolo: un male che attanaglia, da sconfiggere attraverso un cammino purificatore dall’esito incerto, che tormenta il sonno, anche quello ad occhi aperti, e che sembra sempre pronto ad infrangere ogni piccolo momento, inclusi quelli di gloria, e le piccole vittorie della vita.

Una gemma action 2D impreziosita da elementi RPG, spietata nel suo lasciare il giocatore camminare con le sue stesse gambe, senza spiegazioni, senza una parola di conforto… anzi, senza alcuna parola scandita

I ritardi del gioco e l’assenza di aggiornamenti hanno turbato buona parte degli oltre 24.000 backer del titolo, sempre pronti a lamentarsi di un’uscita che sembrava sempre più lontana: ma stavolta non c’è traccia né di manovre di marketing, né di studi astrali legati alla scelta di una possibile data di lancio favorevole. È tutta colpa della permanenza in ospedale della mente (e cuore) di Hyper Light Drifter. Ma questa triste condizione, non solo non ha minimamente scalfito la bontà di questa gemma: paradossalmente, sembra avergli giovato spiritualmente, infondendo quella spinta in più, necessaria per saltare più in alto e svettare in un mare di mediocrità, di cicli di sviluppo sfiancanti, di predominio della quantità a favore della qualità.

Una gemma action 2D dagli elementi RPG intrisa di angoscia, di luci ed ombre, di visioni mistiche sin troppo realistiche e fisiche, di silenzi assordanti. Spietata, nel suo lasciare il giocatore camminare con le sue stesse gambe, senza spiegazioni, senza una parola di conforto… anzi, senza alcuna parola scandita. Criptica la trama, criptico lo sfondo narrativo, entrambi da cogliere attraverso farfuglianti NPC che tramite “diapositive” ci “parleranno” di saccheggi, di culti, di prigionia, di misteriosi individui che si barcamenano tra il bene e il male.Criptica la mappa, forse sin troppo minimale, e per certi versi utile solo a muoversi attraverso i limitati waypoint, collocati in una delle quattro zone da esplorare (Nord, Sud, Est e Ovest) e nell’hub centrale, cittadina del protagonista dove è possibile potenziare il proprio armamentario attraverso una valuta scovata in delle casse disseminate nei luoghi più impensabili, o lasciata da alcuni nemici.

Criptica anche la progressione: potrete recarvi liberamente inizialmente in tre di quelle quattro zone senza seguire un particolare ordine, con il rischio però di partire direttamente con quelle più complesse e patire una curva di apprendimento ripida quanto l’alta montagna del Nord, o di recuperare solo più in là utili elementi, come un prezioso mantello col quale ridurre il consumo di stamina, o uno shotgun, cruciale nelle boss fight.

Si avanza a tentoni e a tentativi in Hyper Light Drifter: il giocatore non ha idea di dove debba andare, non ha idea di come funzioni il suo equipaggiamento, non ci sono voci e volti amici, non c’è un comodo tutorial. Non sa nemmeno quale sia la sua missione, non sa come si comportano i nemici. Non sa che il gioco pullula di muri invisibili e zone segrete, in alcuni casi fondamentali per proseguire nell’avventura. Il giocatore apprende tutto sulla sua pelle, morendo, perdendo e ripetendo: non gioca, si abbevera di esperienza, e cresce parallelamente al suo avatar, con il solo scopo di tornare sui suoi passi, anche in zone già ripulite, e, in stile metroidvania, sfruttare i suoi nuovi gingilli e gli upgrade faticosamente conquistati per esplorare ancor più approfonditamente un mondo fitto di misteri ed ermetico.

Basterebbero solo queste considerazioni (ma in realtà c’è molto altro) a renderlo un capolavoro, abile com’è nel riuscire a creare un microcosmo convincente e che gode di una dignità tutta sua senza la necessità di annoiare il giocatore con tediose e pompose spiegazioni. Se possibile, lo fa in maniera ancor più minimale della serie maestra dell’ermetismo videoludico, quella di Dark Souls, che ha reinterpretato il concetto di lore nella maniera più delirante (ed appagante, per la community di appassionati) possibile.

Si avanza a tentoni e a tentativi in Hyper Light Drifter

L’opera magna di Miyazaki-san e di From Software non è l’unica influenza di Hyper Light Drifter, vero crocevia di meccaniche, atmosfere ed intuizioni, e la lore affidata all’acume e alla fantasia del giocatore, costretto a riempire i tasselli mancanti in questo affresco affascinante con la sua cultura e le sue elucubrazioni, non è l’unico punto di contatto con lo spauracchio dei casual gamer (e degli hardcore gamer della domenica). Il tasso di difficoltà è semplicemente pazzesco: pochi colpi e tanti modi per morire (incluse cadute dai dirupi) cure limitate, via medikit, il cui consumo vi lascerà per alcuni momenti alla mercé dei nemici; struttura dei checkpoint infida, in questo caso affidata a dei salvataggi automatici effettuati dopo aver aperto una porta o aver attivato ponti o altro, ma che non vi impedirà di dover massacrare orde di nemici e perlustrare nuovamente la stessa zona, anche quelle più vaste di alcuni dungeon, più volte dopo una distrazione di troppo o un KO subito; e infine la durezza degli scontri, lenita però dalla meccanicità dei movimenti degli avversari.

Siano essi mob o boss e mid-boss, ogni creatura ostile seguirà dei pattern ben definiti, che andranno memorizzati e sfruttati a proprio vantaggio per poter, per forza di cose, proseguire nell’avventura, non prima però di morire anche decine di volte in particolari situazioni, soprattutto in quelle più concitate, dove tra la confusione e la palette cromatica del protagonista che non permette di distinguerlo al meglio dallo sfondo e dai nemici, le cose si fanno un po’ più frustranti.

Ci saranno entità di ogni genere: piante che esplodono una volta uccise, uccellacci che arrivano in picchiata, stregoni di ogni risma e mob armati di fucili e lancia missili, fino a samurai, mech e bestioni alti qualche metro.Potrete sfruttare ripari, o persino il fuoco amico, per mandarli a tappeto nella maniera più efficace possibile, a testimonianza della presenza di un combat system intuitivo ma profondo (e solo occasionalmente minato da un lieve input lag e da compenetrazioni impreviste che porteranno a qualche fastidiosa morte di troppo), e anche un pizzico tattico, di palese ispirazione zeldiana (mai nascosta dallo stesso Preston).

Veloce e immediato come un tempo, ma anche perfezionato e modernizzato, aggiornato tanto ai nostri tempi, quanto a quelli a metà tra il passato e il futuro di Hyper Light Drifter, che tra foreste, templi sommersi e deserti, nasconde nelle sue profondità, raggiungibili tramite ascensori, un cuore di metallo, laboratori, prigioni e buie caverne. Ogni zona tematica nasconderà, come detto, una miriade di segreti, e lo scopo del giocatore, in piena tradizione sia zeldiana che videoludica, è quello di raggiungere il boss di zona, custode di un pilastro da attivare per garantire l’accesso al cuore della cittadella, il centro nevralgico dell’avventura, recuperando moduli, sbloccando porte (anche tramite chiavi non così semplici da trovare), e perdendosi in porzioni di gioco labirintiche, sfruttando limitati punti di riferimento ambientali e il proprio intuito (non potendo contare su una mappa degna di tale nome), e superando incolume trappole, piattaforme che appaiono e scompaiono, oppure invisibili, da scovare tramite il bot di supporto, o massi mastodontici pronti a schiacciarci, da superare tramite il rapido scatto, cruciale per schivare i colpi nemici, ma anche per raggiungere punti esterni al percorso principale, e di fatto unica “protezione” dalle costanti minacce (un po’ come in Bloodborne, per fare un paragone arcinoto e calzante).

Il comparto sonoro è semplicemente clamoroso

La cura certosina dei dettagli con cui Heart Machine ha confezionato le terre di “Buried Time”, vi tornerà utile in questo senso: l’estrema personalità e la varietà delle location vi aiuterà a districarvi in questi fitti labirinti, alcuni dei quali a cielo aperto, così come nel backtracking né obbligatorio, né tanto meno tedioso, ma unicamentefrutto del genuino desiderio del giocatore di esplorare ulteriormente questa o quella zona, alla ricerca di un tesoro, oppure di un indizio sulle affascinanti terre in cui ambientato Hyper Light Drifter, o sulla sua misteriosa e simbolica storia. Al di là della sua utilità pratica, il contorno artistico fa benissimo anche un’altra cosa: deliziarvi.

Lo stile 16-bit coloratissimo non deve trarvi in inganno: le animazioni sono splendide, il design di ogni creatura, boss e dungeon è frutto di ispirazione stellare e di realizzazione maniacale, e il comparto sonoro è semplicemente clamoroso, con la divina colonna sonora siderale ed atmosferica a cura del talentuosoDistasterpeace (nome noto anche e soprattutto nell’ambiente videoludico) che sottolinea ogni momento, da quelli più visionari e morbosi, a quelli più distensivi e rilassati puramente esplorativi. Per non parlare degli effetti sonori, con passi che si perdono nel vuoto e disperate folate di vento che enfatizzano la solitudine del nostro eroe. Sarà dura trattenere lo stupore durante le sporadiche e apparentemente insensate cut-scene, orchestrate egregiamente come del resto l’intera avventura, dal ritmo calibrato al millesimo, in grado di reinventarsi e di non annoiare neanche un secondo, tra rivelazioni, vere e proprie epifanie che oltrepassano lo schermo, e l’amara presa di coscienza del profondo simbolismo di quest’opera, 7 ore di gioco (pronte ad aumentare con la scoperta di ogni singolo segreto, o con l’impossibile New Game +) superlative.

In conclusione…

Sublime ma punitivo, frustrante in alcuni frangenti (a volte per qualche imprecisione tecnica, a volte per l’esagerata mole di nemici) ma appagante, dal combat system immediato ma profondo, a tratti quasi tattico, e dalla trama impalpabile, eterea eppure in grado di squarciare il cuore del giocatore con le sue aspre metafore. È davvero valsa la pena attendere tutto questo tempo per poter finalmente mettere le mani su Hyper Light Drifter: un gioco non per tutti, che richiede una concentrazione sopra la media tanto durante i numerosi e convulsi combattimenti, quanto nell’esplorazione del vasto e labirintico mondo di gioco, che nasconde le chiavi per proseguire dietro muri (fisici e non) apparentemente insormontabili, che chiedono fatica, buona memoria e acume per essere oltrepassati.

Hyper Light Drifter non è solo un gioco, è una vera “esperienza”: istruisce il giocatore, si insinua nella sua mente, lo avvolge e lo sconvolge, lo delizia con grafica e colonna sonora clamorose, e poi lo getta nel baratro, morte dopo morte, boss insuperabile dopo boss, uno scontro coinvolgente dopo l’altro. Lo lascia per strada, senza indicazioni, in alcuni momenti sembra quasi non dargli neanche uno scopo, ma alla fine ne premia e ne arricchisce lo spirito. Un capolavoro di empatia, toccante e superbamente confezionato, non privo di alcuni (lievi) difetti, e di sicuro non un’opera universale, dato il suo tasso di difficoltà esacerbante, ma che ricompensa il giocatore con soddisfazione e appagamento.

Voto: 9/10

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Traduttore e blogger freelance, adora (s)parlare di videogiochi e musica spaccatimpani tutto il dì. Quando può suona, gioca e legge, di tutto, anche le etichette degli shampoo. Terrore dei recensori e abbassatore di voti seriale, ha brillantemente sostituito le fatture ai suoi amati boss di Dark Souls, respingendo con caparbia ossessione e gioco di scudi qualsiasi backstab della vita sociale.

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