Punch Club – Recensione

Punch Club – Recensione

Abbiamo fatto morire decine di Sims nella propria piscina con un sadismo da manuale, abbiamo sviluppato qualche hit milionaria (e qualche flop di dimensioni bibliche), abbiamo gestito interi palazzi, ognuno con un piano da sfruttare strategicamente… Ma quante volte siamo saliti su un ring, di qualsiasi genere, senza però capire veramente quant’è difficile la vita del boxeur, quella da afferrare senza i guantoni indosso? Barcamenarsi tra passioni, allenamenti durissimi, e lavoretti nei quali ci si può presentare tranquillamente con un occhio nero o con il setto nasale completamente deviato non deve essere semplice, e Punch Club ce lo ricorda con brutale ironia.

Ma non solo: micro-management, simulazione, e un’insospettabile componente RPG ricca e arzigogolata, il tutto sorretto da un impianto narrativo atipico per i vari e sempre più numerosi “tycoon” dove era sufficiente entrare in loop diabolici e tremendamente fini a se stessi… eppure ai ragazzi di Lazy Bear Games, team russo al debutto, non sono bastate tutte queste buone idee per fare il colpaccio e portarsi a casa il cinturone del campione.

Punch Club

Piattaforma: PC / Mac / Linux / iOS

Genere: Simulazione

Sviluppatore: Lazy Bear Games

Publisher: tinyBuild Games

Giocatori: 1

Online: Assente

Lingua: Completamente in inglese

Versione Testata: PC

Punch Club è un triste reminder di quanto sia difficile la vita, soprattutto per chi nutre una passione, sia essa per lo sport, come in questo caso, ma vale anche per la musica, la lettura, e perché no, i videogiochi. Il tempo che si “perde” dormendo, o mangiando, o staccando la spina di tanto in tanto, non potrebbe essere investito nella passione che tanto ci piace coltivare? La risposta è ovviamente no. E mettete nell’equazione la necessità di dovervi procacciare il sostentamento con sonora grana e il gioco è fatto: addio amori, addio vita sociale, addio sessioni sfiancanti in palestra.

Non solo solo quelli i problemi del nostro alter ego, il quale, rimasto orfano dopo la misteriosa quanto improvvisa morte del padre, inizierà il suo cammino verso la verità in una tipica topaia di periferia, forgiato dagli schiaffi della vita, dai consigli per sopravvivere alla strada di Frank, suo mentore e unica figura genitoriale, il burbero sbirro che si occupò dell’ennesimo cruento omicidio nei vicoli lerci di una città troppo violenta, e dalla sua sete di vendetta.

Punch Club è un triste reminder di quanto sia difficile la vita, soprattutto per chi nutre una passione

Un odio che verrà però presto incanalato nel pugilato, seguendo l’esempio del padre perso da giovane, troppo giovane, guidato dall’allenatore Mick, sempre pronto a dare da mangiare al nostro eroe dei momenti bui, e supportato da personaggi di ogni genere che ruoteranno attorno alla sua orbita, da Roy, compagno di sbronze e scazzottate, ad Adrian, sorella di quest’ultimo, perché a casa dovrà pur esserci qualcuno a scaldare il cuore contuso e devastato da una sonora sconfitta. E se questi nomi vi ricordano una delle saghe cinematografiche più celebri (non solo tra quelle a tema boxe), sappiate che l’intero Punch Club è pregno di citazioni di ogni genere, dalle Tartarughe Ninja, ai Simpson, passando per videogiochi, cinema e chi più ne ha più ne metta. Una cura quasi certosina da parte del team nell’infarcire il loro gioco di richiami, talmente passionale e coinvolgente da scordarsi del tutto di dargli un briciolo di personalità. C’è infatti una trama che rimescola le carte in tavola e dona un minimo di varietà ad un loop di azioni tutte uguali, con eventi, presi di peso da questo o quel film, che però si susseguono troppo bruscamente, figli forse dell’inesperienza che, con un team al debutto, è sempre dietro l’angolo.

Ma torniamo ai cardini dell’esperienza. Come accennato, ci sono dei fattori di cui tener conto nella quotidianità del protagonista, come fame, felicità e stanchezza, da tenere sotto controllo, ad esempio, dormendo su un divano, facendo spesa da Apu, o spaparanzandosi davanti alla TV, in un circolo virtuoso/vizioso nel quale il giocatore dovrà costantemente cercare un equilibrio per tenerli sempre alti, e al contempo allenare i tre valori portanti della componente legata al combattimento duro e puro, ovvero Forza, Agilità e Stamina, con attrezzi di ogni genere, pena il deterioramento di quegli stessi valori e il conseguente indebolimento del protagonista. Andrà trovato un equilibrio tra energia, velocità di attacco e schivata, e resistenza (che una volta azzerata farà volare a terra al primo contatto), simboleggiate da tre diverse vie di pensiero e di lotta, e conseguenti stili di combattimento, e dovrete decidere sin da subito se focalizzarvi sulla forza bruta o sulla rapidità. Il tempo è tiranno, e così le vostre energie, quindi scordatevi di avere tutti e tre i valori allo stesso livello. Ci si metterà anche il completissimo skill tree, con perk e attacchi sbloccabili tramite gettoni ottenuti da ogni combattimento, a costringervi a selezionare con cura in cosa specializzarvi, con le sue richieste sempre più esose e con combattimenti non proprio così frequenti.

Dovrete scalare la vetta combattendo in leghe di ogni genere, ufficiali o meno, letali o meno

Dovrete scalare la vetta combattendo in leghe di ogni genere, ufficiali o meno, letali (con tanto di fratture in grado di mettervi fuori gioco per qualche giorno) o meno, e paradossalmente è proprio lì che Punch Club mette da parte il giocatore affidandogli il ruolo di un coach, più che del lottatore stesso: tra un round e l’altro andranno infatti impartite le tattiche da seguire, scegliendo da un gruppo via via più ricco di abilità, modificatori e power up momentanei, sperando però che l’IA e la dea bendata non mandino tutto a farsi fottere. La frustrazione in quei momenti si fa sentire pesantemente, tra colpi non andati a segno per chissà quale strana equazione matematica calcolata nelle retrovie e nemici lasciati colpire troppo frequentemente, finendo col perdere contro avversari dai valori ridicoli, oppure vincere contro ogni pronostico, indipendentemente dall’aver adottato una tattica maggiormente incentrata sulla difensiva, o sull’affaticamento dell’avversario. È un’imprevedibilità che tante, troppe volte si è trasformata in fastidio e delusione, per via della quasi impossibilità del giocatore di controllare quel che sta accadendo su schermo. E allora via di grind matto e disperato ad ogni impennata improvvisa della difficoltà, a base di click furiosi su tapis roulant, punchball e panche per sollevamento pesi, ma anche di animazioni non skippabili, sia nella palestra della città che in quella improvvisata in cantina col denaro faticosamente guadagnato in cantiere o consegnando pizza.

Le attività non sono poche (anche se ci si limita a meri click), e proprio quando Punch Club sta per saturare il giocatore, tira fuori dal cilindro qualcosa di nuovo, di sempre più rischioso, salvo poi rivelarsi sempre più ripetitivo e sfiancante, tra la necessità di dover mantenere alti i valori del proprio avatar, e quella di proseguire nella ricerca della verità tra patti con la malavita e un misterioso medaglione.

Ci pensano musiche e comparto artistico a risollevare la situazione e donare brio al tutto: la grafica, volutamente e coscienziosamente retro, è un piacere per gli occhi, e i brani, anch’essi dal sapore antico e ritmati, accompagnano gli allenamenti, i combattimenti, le peregrinazioni da un punto all’altro della città, fomentando il giocatore quasi quanto quel remix tamarro del main theme de “Il Gladiatore” immancabile in ogni palestra rimasta ferma agli anni 70 che si rispetti (sì, quelle piene di foto di Schwarzenegger dell’era Conan, per intenderci).

In conclusione…

Trattandosi di un debutto, è impossibile non notare le numerose ingenuità che non permettono a Punch Club di spiccare il volo, dalla mancanza totale di personalità sacrificata a favore di citazioni accatastate una dopo l’altra, alla ripetitività delle azioni, fino all’IA e ai combattimenti, parte integrante dell’esperienza, affidati sostanzialmente al caso. Al contempo, va però apprezzato il tentativo di un team così giovane di rinfrescare un genere di per sé genuinamente statico e per sua natura delicato da trattare, implementando una narrazione vera e propria, mescolando le carte in tavola di tanto in tanto e introducendo una componente RPG sfaccettata e profonda. Non è il Rocky Balboa Simulator che sognavamo, ma se amate un certo tipo di immaginario, complice anche grafica e brani deliziosi, al giusto prezzo potrete gustarvi fino a 15/20 ore (per ogni stile di combattimento scelto) di dura vita sia dentro che fuori dal ring, meglio ancora se in formato mobile e portatile.

Voto: 6,5/10







Traduttore e blogger freelance, adora (s)parlare di videogiochi e musica spaccatimpani tutto il dì. Quando può suona, gioca e legge, di tutto, anche le etichette degli shampoo. Terrore dei recensori e abbassatore di voti seriale, ha brillantemente sostituito le fatture ai suoi amati boss di Dark Souls, respingendo con caparbia ossessione e gioco di scudi qualsiasi backstab della vita sociale.

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