Pony Island – Recensione

Pony Island – Recensione

Da qualche settimana è approdato su Steam un videogioco così assurdo che a descriverlo quasi non ci si crede:Pony Island, a dispetto del titolo, è tutto fuorché un gioco dedicato a chi ama i pony o i casual game da smartphone (due passioni deliberatamente associate in questo momento). Si tratta invero di un simulatore di un cabinato nel quale un malcapitato giocatore della sala giochi si trova ad affrontare… Satana. Sì, l’oscuro re dell’Inferno è il vostro nemico e il vostro compito sarà sconfiggere lui e i suoi demoni per liberare una povera anima di un altro giocatore intrappolata proprio nel cabinato, in seguito ad un’altra partita evidentemente non finita bene. Per portare a termine la vostra missione dovrete hackerare il gioco, barare, piegarlo alle vostre esigenze per riuscire laddove nessun altro giocatore è riuscito.

 Pony Island

Piattaforma: PC, Mac, Linux

Genere: Puzzle/Action

Sviluppatore: Daniel Mullins Games

Publisher: Daniel Mullins Games

Giocatori: 1

Online: Assente

Lingua: Completamente in inglese

Versione Testata: PC

I primi minuti, sviluppati dal creatore di Pony Island (Daniel Mullis) in collaborazione con un altro sviluppatore, sono abbastanza pilotati ma servono a farci entrare nel clima di questo folle progetto. Sin da subito si capisce che il codice del cabinato non è stabile e c’è qualcosa che non va. La prima partita vi vede quindi impegnati in un livello in cui un tristissimo pony corre automaticamente in una landa deserta e voi dovrete soltanto premere un tasto del mouse per farlo saltare. Portato a termine questo semplicissimo (eppure, già inquietante) compito, saremo quindi chiamati ad iniziare l’operazione di hacking che avviene tramite un minigioco nel quale la chiave di accesso alla sezione successiva scorre su delle linee di codice e i giocatori sono chiamati a spostare la chiave da una colonna all’altra tramite delle frecce a disposizione. Una volta che la chiave raggiunge l’uscita si sblocca la sessione di gioco successiva.

È tutto inserito perfettamente in una narrazione molto particolare

Dopo il primo crash del gioco, il sistema si riavvia mostrando il desktop di un PC sul quale si aprono due chat, una col prigioniero e uno con Satana, e da qui in poi inizia la vera avventura di Pony Island. Se quindi concretamente il gameplay è composto da due solo sezioni (le corse in 2D col pony e il minigame di hacking) non si sente mai il peso di queste “limitazioni” perché è tutto inserito perfettamente in una narrazione molto particolare, piena di frecciatine al panorama videoludico e ovviamente tanta, tantissima, follia. Il rischio di monotonia è inoltre evitato grazie a delle piccole aggiunte costanti sia alle sezioni col pony che a quella di hacking: nel primo caso il vostro lugubre pony verrà pian piano dotato di nuove abilità come la capacità di sparare laser e poi un bel paio di ali demoniache, mentre nel caso del puzzle hacking la questione si complicherà ponendovi dei piccoli enigmi matematici.

In mezzo al tetro delirio di Pony Island, il nostro caro Daniel Mullins ha inserito una quantità notevole di frecciatine ad alcuni argomenti scottanti del mondo dei videogames. Ad esempio, la prima volta che il gioco crasha e noi possiamo hackerarlo, un messaggio compare su schermo dicendoci che è impossibile che ci sia un bug, perché il gioco è stato testato a lungo (“I tested it a 1000 times”): un chiaro riferimento a tutti quei giochi che, sempre più frequentemente, arrivano sugli scaffali pieni di bug. Per prendere forse in giro alcuni giochi troppo facili invece, Pony Island “premia” il giocatore con trilioni di level up dopo la fine di alcuni livelli, in una parodia esilarante dei punteggi tipici di alcuni giochi per smartphone che pur di invogliare il giocatore a rimanere lo riempiono di level up a caso. Ma siccome la coerenza è stupendamente assente in Pony Island, può anche capitare che in altre sezioni il gioco ci richieda di fare un level up per ottenere una determinata abilità e per salire di livello saremmo in teoria costretti a ripetere la stessa sezione di gioco sino allo sfinimento: una chiara critica al grinding necessario in fin troppi giochi e qui evitabile come al solito con una sezione di hacking.

La coerenza è stupendamente assente in Pony Island

Quel che però riesce a tenere tutto insieme, il vero e proprio collante di Pony Island, è l’aspetto grafico che riesce a sorprendere costantemente con uno stile unico e dà (quasi) un senso a quello che vedrete. Ad esempio il primo segnale che qualcosa non va in Pony Island lo avremo già dall’accensione e dall’avvio della prima partita. È normale che un gioco con un titolo così abbia un’ambientazione tetra e veda per protagonista un pony con una faccia sconvolta, impaurita e attonita? No, ma del resto dentro al cabinato c’è Satana… A proposito del cabinato, una volta sconfitti alcuni boss avremo modo di vedere la sala giochi intorno a noi per pochi (brevissimi) istanti, sottolineando così la simulazione della postazione. Tutti gli elementi hackerabili ed hackerati hanno poi delle sfumature blu e rosse, come un filtro VHS vecchio e scassato, e conferiscono a Pony Island uno stile originale.

Se anche per un secondo avete pensato che Pony Island possa essere graficamente tutto uguale, vi sbagliate di grosso: il gioco si farà, man mano che proseguirete, sempre più demoniaco, sino a trovarvi di fronte al logo dell’azienda che produce il cabinato che si trasforma in un pentacolo, oppure la mappa di vari livelli avrà come nemici dei demoni e come area disponibile un bel trono adorno di caproni, candele e tutto quello che ci si può aspettare dall’immaginario satanista. Ma Pony Island si spinge oltre e quando meno ve lo aspettereste vi proporrà uno stile grafico assolutamente zuccherino e ultra-colorato, aumentando incredibilmente il livello di difficoltà, ribaltando quindi alcuni cliché sul rapporto tra difficoltà del gioco stesso e aspetto “tenero” della grafica.

In conclusione…

Si può valutare la follia? Si può dare un voto a qualcosa di assolutamente malato? In questo caso sì, perché ci troviamo di fronte ad un videogioco, per certi versi estremamente hardcore, che travalica i generi e che con un pizzico di critica qua e là, ha comunque come principale scopo quello di essere semplicemente fuori di testa. È difficile trovare qualcosa di così caotico e al tempo stesso ben realizzato e divertente, ed è altrettanto raro vedere qualcosa di così originale: il tempo che impiegherete per portarlo a termine non è molto (circa due ore, forse meno), ma di sicuro ne varrà la pena, anche solo per aver fatto un giro all’interno di una mente stupendamente malata.

Voto: 9/10







Da quando ho scoperto che i piaceri che i miei pollici opponibili potevano darmi con un joypad erano pressoché infiniti non ho mai smesso di videogiocare. Appassionato di cinema e musica, sempre e solo a livello maniacale.
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